Rocca Priora, L’antica Corbium, alle porte di Roma, già avamposto militare nell’antichità’ dai tempi di Coriolano, divenne possedimento della famiglia Annibaldi ed infine feudo dei Savelli, antica famiglia toscana con ben due Papi nel loro albero genealogico, Onorio III e Onorio IV,
rimase disabitata per molto tempo a causa della cosiddetta “piccola glaciazione” avvenuta anni prima, con gli abitanti del borgo costretti a una fuga forzata. Il gelo e le temperature insostenibili avevano reso impossibile coltivare la terra, allevare animali e tagliare gli alberi, ormai ridotti a scheletri dal freddo estremo.
Quando le temperature si attenuarono, L’antico borgo si ritrovò privo di presenza umana e così gli amministratori di quelle terre, per buona parte anche di proprietà della Santa Sede, decisero di affidare la loro rinascita ad una ventina di famiglia di braccianti agricoli delle province di Siena e Firenze, con a capo una coppia di coniugi di loro fiducia, nella funzione di gestori e amministratori, che accettarono con entusiasmo la sfida: riportare quelle antiche terre vicino a Roma, alla vita degli anni passati.
Così, Anna Raponi e Giovanni Dandini partirono con una trentina di famiglie di contadini e braccianti, al seguito, intenzionati a
ripopolare e far tornare a vivere il piccolo borgo di Rocca Priora.
Giovanni era il maggiore di sei fratelli, sognatore e carismatico ma anche molto pragmatico. Fin da giovane, aveva preso in mano le redini del patrimonio familiare, dopo la prematura scomparsa del padre Stefano e della madre Bianca Lopa, originaria di Melfi, città dalle origini Federiciane, in Basilicata.
Alla morte dei suoi genitori, egli si era occupato personalmente dell’educazione dei fratelli e in famiglia era considerato la guida autorevole in ogni disputa . Cosi i fratelli trovavano in lui un riferimento costante ed equilibratore, in grado di mettere ordine in ogni diatriba.
Fu perciò un duro colpo quando Giovanni decise di lasciare Firenze per trasferirsi alle porte di Roma con la giovane moglie. Egli prima di partire nominò sua sorella Olga e suo marito Alessandro , il fratello di Anna, i gestori dei loro beni di famiglia. Giovanni era certo di aver lasciato le loro proprietà in buone mani, lui e sua sorella erano molto legati e suo cognato Alessandro era il suo migliore amico. Alla loro partenza si erano aggregati anche Franco Fiore e sua moglie Marina che avevano nelle loro attività l’importante ruolo di amministratori. Per riportare in vita l’antico borgo dei castelli rimani servivano persone esperte di numeri e anche capaci ad amministrare.
Dopo aver chiarito più volte alla sua famiglia e a tutti gli amici rimasti a Firenze il motivo della loro partenza , in una tiepida mattina di luglio, la “Carovana della Speranza” intraprese il viaggio che li avrebbe portati a Rocca Priora, il borgo più alto e impervio delle colline romane.
Per affrontare questa impresa, Giovanni e i suoi fratelli, insieme ad Alessandro e a Franco avevano organizzato dei carri di derrate alimentari, sufficienti almeno un anno per sopravvivere, nel’attesa del prossimo raccolto: legumi secchi, farina, carne essiccata, ortaggi, vino e anche animali vivi, da allevare ed anche per la riproduzione e il sostentamento iniziale.
L’Arrivo a Rocca Priora
Dopo un viaggio durato due giorni, tra strade infestate dai briganti e zone paludose, la carovana arrivò sana e salva nell’antico feudo dei Savelli, a trenta chilometri da Roma, sede dello Stato Pontificio.
Ogni gruppo famigliare all’arrivo, ricevette come d’accordo un lotto di terra e una casa nel piccolo borgo
Marco Roscioli il fornaio di Fermo che aveva viaggiato con la carovana partita da Firenze, rimesso in sesto il vecchio forno del borgo, iniziò a panificare con l’aiuto dei suoi tre figli e della moglie Anna Rita. L’oste Remigio prese possesso di una vecchia cantina in via della forma, una delle tante cantine abbandonate che lui stesso rimise in piedi, facendola diventare da subito il punto di ritrovo dopo il duro lavoro nei campi e nei boschi.
Da Roma arrivò poco dopo inviato dalla Curia, un giovane Monsignore , Don Clemente Cesarano , già docente di epistemologia e di teologia all’università’ di Salerno che riattivò la chiesa dell’Assunta, abbandonata anch’essa e situata nel punto più alto del Paese. Venne così istituita nuovamente la festa di San Rocco, il Santo Patrono, che cadeva il sedici agosto.
In capo a pochi mesi la produzione e la successiva vendita di carbone, della legna e dei formaggi per il mercato di Roma e dei paesi circostanti, consentì ai coloni di guadagnare abbastanza soldi che permisero ad una parte di loro di richiamare i familiari rimasti a Firenze, per il tanto atteso ricongiungimento.
Il paese crebbe di numero in poco tempo, e i coloni ebbero a disposizione ancora più terreni a disposizione per incrementare l’ allevamento di pecore dal paese di Visso, famose per la qualità del loro latte e adatte a pascolare nelle zone montuose.
Arrivarono anche delle capre a manto nero originarie del Gargano, nelle Puglie.
Le capre le portò l’unico colono che poteva occuparsi di questo difficile tipo di allevamento , un ragazzo che praticamente era nato e vissuto tutta la vita allo stato semibrado, seguendo i suoi animale tutto il giorno, Gaetano Pompili , detto Gaetanello a causa della sua statura poco sviluppata.
Gaetanello portò con sé due cani che non si separavano mai da lui, Checco e Perithas, fenomenali cani da pastore abruzzesi, in grado di affrontare anche i lupi, nelle zone impervie in cui pascolavano le capre, e che gli facevano compagnia durante le lunghe ore di guardia al gregge.
Gaetano non era mai andato a scuola, ma aveva imparato a leggere e scrivere da autodidatta e aveva anche imparato i versi dell’Eneide di Virgilio a memoria, l’unico libro che avesse mai letto in vita sua. Ne ricevette una copia in dono dal parroco di Arezzo, don Luigi Silvestri, anni prima che lui partisse per Rocca Priora con le sue capre. Don Luigi Silvestri, originario della città di Viterbo, insegnante di latino e greco al liceo classico Orazio di Arezzo, aveva tradotto dal latino all’italiano e dalla metrica alla prosa questo testo, per agevolare l’apprendimento di Gaetano alla lettura e alla comprensione del libro.
Gaetano era affascinato, quasi estasiato senza conoscerne il motivo, da questa immensa opera letteraria, e durante le lunghe pause che per forza di cose gli imponevano le guardie al pascolo, leggeva il libro ad alta voce ai suoi due cani, spettatori ignari e incuriositi che stavano li con lui ad ascoltarlo. Il passo dell’Eneide che egli preferiva di più era l’episodio del nono libro che narrava le gesta di Eurialo e Niso, gli sfortunati eroi troiani morti insieme per mano dei Latini.
A Gaetano, quando ne recitava il passo relativo alla loro morte, gli si formavano delle lacrime enormi sugli occhi che facevano difficoltà a scendere per quanto solide.
Egli recitava questi versi anche agli amici all’osteria di Rocca Priora, nelle nevose serate invernali, mentre fuori imperversava la tempesta, con tanta di quella innata enfasi teatrale da tenere il suo pubblico in religioso silenzio, attaccato alle sedie davanti al camino.
La morte di Niso, dal nono libro dell’Eneide di Virgilio.
Gaetano saliva su una sedia per mostrarsi a tutti e al meglio, impostava la voce come un attore di teatro consumato e chiesto il silenzio iniziava a declamare come se fosse lì, in mezzo a quella battaglia impari, cercando di fermare le lance che trafiggevano le carni del povero Niso, immolatosi per amore di amicizia, imitando i movimenti dei personaggi nella scena cruenta.
“Ma già i cavalieri nemici lo investono: si getta Niso, cieco di furore, tra loro, cercando la morte.
Come un leone circondato da cacciatori, balza e in mezzo si scaglia, pur sapendo di non avere scampo.
Tra le mille lance , la sua spada colpisce, finché cade trafitto sopra il corpo dell’amico e su quello esala l’anima”.
E poi Il piccolo Gaetano, cadendo rotolava esanime sul pavimento del suo improvvisato palcoscenico, strappando applausi ai presenti e anche qualche lacrima di commozione.
Pur non conoscendone il significato recondito, l’umile capraio dall’animo sensibile, percepiva dalla prova di Niso la totale abnegazione di un amico nei confronti dell’altro. Un sentimento cosi alto che lui non aveva mai potuto provare nella sua vita vissuta in isolamento totale per mesi, in compagnia solo dei suoi amati cani e delle sue capre.
Il motivo di quelle lacrime, mentre recitava gli immortali versi del poema di Virgilio che faceva rimanere tutti senza parole, partiva da quel profondo bisogno di amore, come se quella sua interpretazione fosse una profonda richiesta al mondo circostante, e che un giorno egli lo avrebbe trovato proprio li, nel borgo più alto e impervio delle colline romane.

