La Visione
Fu anche deciso che ogni anno, una persona del borgo sarebbe stata eletta Custode della Visione, con il compito di vigilare sull’armonia, l’equità e la fratellanza, non come sudditi ma come uomini liberi, concetti a cui Giovanni era molto legato dopo essere tornato dal il suo viaggio a Parigi in preda al fuoco rivoluzionario.
Il primo custode della visione fu Pietro Vinci, un bambino che un giorno aveva chiesto a Giovanni e a tutta l’assemblea, “perche qui non abbiamo una scuola? Qualche giorno dopo questa sua richiesta fu chiamato un maestro da Roma, il maestro Luigi Lemma che si trasferì a Rocca Priora con la sua famiglia, per insegnare ai bambini i primi rudimenti del leggere, scrivere e fare di conto, presso una scuola improvvisata in una cantina / osteria al centro del paese, con i banchi e le sedie costruite in fretta e furia da un falegname e con la lavagna portata a dorso di mulo da un liceo di Frascati, come dono della Curia per l’intercessione di don Clemente, parroco di Rocca Priora.
L’ osteria ora apparteneva ad un cugino di Remigio, chiamato dal suo parente come aiutante, che si mise in proprio quando Remigio si fu stancato di lavorare.
Stefano Roiati di professione oste, scapolo anche lui come il cugino, ormai in età avanzata per prendere moglie, aveva deciso di vivere come più gli piaceva, cioè coltivare quel poco di vigna per produrre il vino da vendere agli ormai numerosi paesani, coltivare l’orto, accudire gli animali che teneva li vicino e dulcis in fundo giocare a scacchi, disciplina in cui era un vero maestro, pur avendo imparato la complicata arte da autodidatta nei suoi trascorsi giovanili a Firenze.
Stefano in quella cantina ci dormiva, avendo costruito un comodo soppalco utilizzato come zona notte e
nella grotta di tufo sottostante ci teneva il vino al fresco, come si conveniva ad un’osteria seria.
La cosa buffa fu, che quando arrivarono i banchi e le sedie per la scuola, egli accantonò le vecchie panche e i tavoli da osteria e le sostituì con i banchi e le nuove sedie, lasciandole li senza mai spostarle.
Quindi, gli avventori della sera sedevano sulle stesse sedie e poggiavano i loro bicchieri sui banchi che la mattina dopo avrebbero usato i bambini, per svolgere gli esercizi scolastici.
La <scuola osteria> ebbe talmente successo che il dopolavoro dei paesani ormai era diventato lo slogan più in voga e divertente del paese.
Quando gli uomini si incontravano per strada dopo il lavoro, si davano appuntamento “ a scuola” e non più all’ osteria.
E cosi fu, fino al giorno in cui il maestro Lemma, con il suo fisico imponente e lo sguardo benevolo e riassicurante, piombò nel bel mezzo di una serata a bere un bicchiere di vino.
Quello era un luogo insolito per il rango del maestro, perché allora i maestri nei piccoli borghi erano considerati delle autorità, e non proprio avvezzi a frequentare luoghi del genere.
Quando Lemma mise piede nella affollata osteria scese un silenzio irreale, sembrava che fosse entrato il Papa in una chiesa di campagna e avesse trovato i chierichetti intenti a fare baldoria.
Il maestro era accompagnato da suoi due amici, entrando salutò l’ oste togliendosi il cappello e chiese se potevano sedersi a bere un bicchiere di vino.
Rotto il ghiaccio con tutti i presenti, i tre ospiti si accomodarono al tavolo e iniziarono a bere il vino delle vigne di Cambogiano, alle pendici del paese.
I tre ospiti iniziarono a gradire il prezioso nettare e Stefano offrì loro del pane del forno di Marco Roscioli, l’ antico forno rimesso in uso appena arrivarono i primi coloni, e in abbinamento al pane gli furono servite le coppiette di carne secca e piccante che invogliavano a bere.
La serata viaggiava serena e in allegria, tra chiacchiere rilassanti e qualche discussione accesa di lavoro tra braccianti agricoli e pastori, quando ad un certo punto il maestro si alzò e si diresse verso la lavagna che era coperta da un telo, in un angolo dell’osteria. Egli chiese un minuto di attenzione, scrisse sulla lavagna una lettera con il gessetto e chiese a tutti loro in quanti conoscessero quel segno.
Degli oltre cinquanta presenti, escluso il maestro, Stefano e i due amici di Lemma, nessuno sapeva leggere.
Un silenzio pesante, pieno di vergogna si stratificò nell’osteria . A quel punto il maestro con la sua potente voce iniziò a parlare.”Non c’e’ nulla di cui vergognarsi, non era mia intenzione mettervi in difficoltà, anzi, io e i miei amici siamo qui, stasera per renderci utili, iniziando se vorrete un percorso scolastico che potrà portarvi almeno a leggere e a scrivere il vostro nome.
Se vorrete, e con il permesso del padrone di casa, adibiremo a scuola, dopo il vostro lavoro questo luogo per tutti voi così importante .
Che ne pensate?
Tre giorni a settimana per sei mesi, con l’aiuto dei miei amici Marcello Ambrogioni e Roberto Varrone, musicisti che hanno appena terminato una tournee’ fuori dall’ Italia e passeranno qualche tempo qui da noi.
Poi, chiesto Il permesso all’oste, i due iniziarono suonare un’ opera del repertorio musicale napoletano” fenesta ca lucive” e a quel punto salì, metaforicamente, in cattedra il maestro Lemma. Il maestro con la sua voce profonda e baritonale accompagnò i due musicisti tra lo stupore dei presenti, che alla fine della canzone gli decretarono un’ovazione e un lungo e caloroso applauso.
I tre si inchinarono al pubblico per l’apprezzamento e chiesto di nuovo il silenzio il maestro Lemma disse loro ” Noi tutti abbiamo un compito che è quello di sensibilizzare più persone alla bellezza delle arti, attraverso la musica e l’insegnamento della letteratura. Abbiamo il dovere di progredire come uomini e come cittadini. Io mi sto rivolgendo ai figli di coloro che hanno contribuito alla fondazione della prima “comune” al di fuori della Francia, dopo la rivoluzione, e all’ interno di uno degli Stati più retrogradi d’Europa e forse del Mondo intero, cioè lo Stato del Vaticano.
Ancora un piccolo sforzo con l’alfabetizzazione e sarete pronti ad una nuova rivoluzione, stavolta di ordine culturale!. E concluse “ Vi aspetto qui domani , scegliete voi l’ora, non mancheranno il vino, la musica e anche gli scacchi di cui Stefano è maestro, e che mi ha espresso il desiderio di insegnarne il gioco a qualcuno di voi, volendo.
Fu cosi che dal giorno dopo l’ osteria divenne, non solo scuola, ma laboratorio artistico e richiamò a se diversi personaggi del mondo degli scacchi, musicale e letterario romano, che a turno vennero ad esibirsi in forma privata e senza ingaggio economico, ma mossi dal senso di amicizia nei confronti di Marcello e Roberto e ovviamente del maestro Luigi.
Questa micidiale combinazione di borgo agricolo pastorale rinato da qualche decennio alle porte di Roma , e la sua <allure> culturale e politico sociale, che metteva al centro del proprio progetto l’uomo e le sue virtù, morali e artistiche senza però tradire la sua matrice cattolica, incuriosiva gli intellettuali romani e dei paesi intorno all’Urbe.
Sta di fatto che il terreno germinato da Giovanni e Anna insieme ai primi coloni, stava dando i frutti che avevano atteso da tempo.
I coloni iniziarono la scolarizzazione e i loro figli crescevano con un corredo di valori importanti. Il piccolo borgo che qualche anno prima era composto da appena centocinquanta anime, dopo appena una generazione ne contava quasi mille, tutte occupate in lavori utili per le proprie famiglie, senza rompere il “ patto della comune” a cui si doveva tutto il progresso del paese, da ogni punto di vista.
I< Roccaprioresi> iniziarono a definirsi in questo modo , cominciarono anche a dare il nome ai loro piccoli rioni di appartenenza. La Cina perché era il rione più popolare e perché Giuseppe Dandini che era stato in Cina insieme al fratello più giovane Augusto, quando tornò indietro, raccontò a tutti del suo viaggio e dei contatti che aveva preso per l’importazione delle spezie, ma soprattutto aveva descritto con dovizia di particolari la città di Shangai, e di come vivessero appollaiati i suoi abitanti, su delle innumerevoli palafitte a ridosso del mare.
Questo modo di vivere, cosi densamente popoloso gli aveva ricordato due rioni del suo paese, che da li in poi vennero denominati <Pollaio> e< La Cina>, visto che erano attaccati e divisi solo da una piazza che guarda la valle latina, monte Ceraso e monte Fiore, prospiciente a palazzo Dandini.
Gli altri due rioni verso la porta Savelli, furono chiamati Selciata e Belvedere che aveva l’ affaccio verso L’Urbe con una vista profonda e da togliere il fiato. La parte più estrema ed alta del paese, che era la parte più ampia fu’ chiamata <Lu spiazzale> proprio perché’ era un grande ed accogliente spiazzo.
La domenica, quando tutti riposavano, e dopo la messa della mattina, gran parte dei paesani si riuniva al belvedere per guardare il mare, oltre la linea dell’orizzonte.
Era uno spettacolo bellissimo quello che si presentava ai loro occhi e faceva avvicinare il mare a chi non aveva mai avuto la possibilità di vederlo da vicino. Oltre che L’urbe e la Cupola di San Pietro si potevano vedere anche le isole Pontine.
Era uno stacco cromatico di tutto rispetto, con il digradare verde delle colline fino al blu del mare scuro come il vino. Per tutti loro era arrivato anche il momento di assumere un’identità’ territoriale, anche linguistica, senza però abbandonare le antiche abitudini toscane del vecchio palio con i cavalli e dell’antico calcio fiorentino.
Questi due agoni sportivi non furono mai abbandonati con il tempo dai figli dei coloni, proprio per tenere salde e vive le loro radici di appartenenza.
Si Iniziarono a dividere le famiglie non solo per cognome ma anche per “nomara”. Il linguaggio comune si evolse in una forma gergale che era il frutto della fusione tra il toscano, la loro antica lingua e l’influenza del parlato della vicina Ciociaria, un gergo regionale dell’italiano.
Il riconoscimento per gruppi famigliari iniziò a segnare il passo tra i cognomi degli individui alla “nomara”, il riconoscimento della persona attraverso un secondo nome per semplificarne il riconoscimento.
Lu Ministru.
Mazzocchellu.
Battilemme.
L’Africanu.
Tutti soprannomi di individui e famiglie di appartenenza che determinavano i lavori principali di chi veniva <nomatu>, per i suoi tratti fisici essenziali, e i comportamenti nel sociale.
Esempio: Genio( Eugenio ) de Mazzocchellu era un suonatore di tamburo nella banda comunale, in quanto la mazzocca era lo strumento usato per battere il tamburo.
Aristide lu Ministru, per il suo eloquio da< Parlamentare> e per l’eleganza nel vestire.
E via dicendo.
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Rocca Priora non era più solo un luogo, era diventata un’idea viva e dinamica, in continuo cambiamento.
E quell’idea era stata piantata da uno sparuto gruppo di uomini e donne che, partiti dalla Toscana con un sogno, avevano trasformato un borgo abbandonato in una comunità ideale, costruita sugli ambiziosi modelli di libertà, lavoro e giustizia.
Dopo la morte di Giovanni , il borgo non si era affievolito, né appiattito, al contrario sembrava che il ricordo di uno dei suoi fondatori avesse radicato ancora di più nel cuore di tutti il desiderio di non sprecare ciò che era stato creato.
I bambini cresciuti nella prima scuola elementare, ora si avviavano all’adolescenza. E per loro, fu chiaro fin da subito che avere una scuola era solo l’inizio.
— «Non bastava solo saper leggere e scrivere ma avrebbero dovuto costruire una generazione che sapesse usare le mani con intelligenza. Una mano senza testa è solo forza, ma una mano guidata dalla testa e dal cuore diventa arte e prepara per il futuro.
Con il sostegno dell’assemblea, nacque così la Scuola d’Arti e Mestieri di Rocca Priora, la prima nel quadrante dell’Agro Romano.
Fu allestita per l’occasione una vecchia stalla in disuso, a Fontana vecchia a metà strada tra il centro del borgo e i numerosi boschi che delimitavano il paese. I coloni stessi misero mano alla ristrutturazione e cosi, nella stalla nacquero tre sale principali, una per la lavorazione del legno, l’altra per il ferro e l’altra ancora come laboratorio sperimentale per la fotografia, all’epoca in via di grande sviluppo e tra le prime e più potenti innovazioni tecnologiche di quei tempi.
Il primo maestro di fotografia che arrivò in paese fu Piero De Grossi un romano di origini siciliane , che si presentò un giorno a Rocca Priora alla ricerca di un panorama montuoso e boschivo, da poter imprimere sulla lastra con la tecnica del dagherrotipo. Una mattina si fermò vicino alla porta secolare del borgo che separa il belvedere dal resto dei rioni e notò due botteghe quasi attaccata l’una all’altra. Una di queste era una piccola caffetteria ben arredata, dotata di un cartello e una scritta per lui curiosa, <Cicionca, Cafe’ e Patisserie>. Piero, avendo voglia di un buon caffè rimase fermo sull’uscio chiuso della bottega che riportava un cartello scritto a penna ” Opro tra mezzora, sempre se me ne te”. Questa frase di colore oscuro che egli vide affissa sulla porta, lo rese ancor più curioso, e cosi decise di entrare nel negozio a fianco, la bottega di un barbiere dalla più comprensibile insegna di “Barberia”. Questo negozio era gestito da Saverio Pirrottina e dai suoi due figli, ed era uno dei tre punti , insieme all’osteria e al cafe’ patisserie di Cicionca, in cui si potevano incontrare i paesani per un qualunque motivo e in ogni ora della giornata. Piero entrò nella barberia di Saverio per chiedere informazioni se ci fossero altri caffè aperti in zona , e già che c’era anche l’eventuale traduzioni del cartello oscuro, avendolo molto incuriosito quello strano enigma linguistico apposto sull’uscio. Piero appena entrato, fu accolto da Saverio stesso con molta cordialità e fu fatto accomodare, nell’attesa che finisse di fare la barba ad un suo cliente, l’avvocato Giorgio Prencipe da Monte Sant’Angelo, un paese delle Puglie Garganiche.
Allora, esordì con un bel sorriso Saverio, in cosa possiamo esservi utile? Non appena ebbe terminato il servizio al suo cliente.
Mi presento, sono Piero De Grossi, porgendogli la mano, e sono un fotografo. Sono alla ricerca di un panorama montuoso e boschivo con un certo tipo di luce.
Arrivato in paese stavo curiosando un po’ in giro nell’attesa che facesse sera. Avrei voglia di un buon caffè e ho visto la bottega del signor Cicionca a fianco a voi, ma è chiusa e sulla porta c’è un cartello con una scritta incomprensibile. Qualcuno di voi potrebbe’ aiutarmi a comprendere la scritta, oppure indicarmi eventualmente un altro caffè in paese?
Ma è presto risolto l’arcano, rispose l’avvocato precedendo la risposta di Saverio.
Innanzitutto mi presento, io sono Giorgio Prencipe, porgendo anche lui la mano, sono un avvocato in pensione e abito qui da tempo, senza aver mai perduto il dolce suono della mia terra di origine, si sente vero? Disse ridendo con gli occhi a quella sua battuta, e lisciandosi i baffi grigi appena sistemati da Saverio.
Riconosco anche io dal suo intercalare delle origini del sud Italia, giusto? Giusto avvocato, io sono romano da parte di madre ma di padre siciliano, di Messina per l’esattezza. Io ho passato tutta l’infanzia fino ai miei vent’anni in Sicilia, per poi trasferirmi a Roma definitivamente.
Meravigliosa terra la Sicilia, ci andai in viaggio di nozze con la mia compianta moglie Eleonora. Quell’ isola meravigliosa la girammo in lungo e in largo alla ricerca delle colonie greche e delle vestigia di Federico II e dei suoi figli Manfredi e Corrado.
La mia povera moglie era professoressa di storia antica all’università’ di Bari e le toccò lavorare anche in luna di miele, dicendo così sul volto dell’avvocato gli si formò un sorriso amaro, pieno di nostalgici, dolci e dolorosi ricordi. Ovviamente il nostro fu un viaggio di piacere perché lei era ossessionata, nel senso buono del termine, dal suo lavoro e quando poteva mi trascinava con se in viaggi affascinanti e immersivi dove la storia e l’arte erano sempre in primo piano.
Quando lei morì a causa di una brutta malattia, io chiusi il mio studio di avvocato a Bari che avevo aperto per seguirla nella sua professione, e mi misi a girare l’Italia per conto mio, alla ricerca delle bellezze storiche e artistiche in cui lei mi aveva edotto, e che io avevo imparato ad amare attraverso i suoi occhi. Io credo di essere l’unico tra gli italiani ad aver fatto il Gran Tour dell’arte nelle nostre città, che solitamente fanno gli inglesi e i tedeschi.
Quando arrivai a Roma, conobbi Giuseppe Dandini al Caffe’ Greco, il quale mi convinse a trasferirmi per un periodo a Rocca Priora poiché ero reduce da una fastidiosa polmonite. Lui mi disse che l’ambiente più adatto a guarire le malattie polmonari era qui, tra queste colline perché il miracoloso rimedio era nell’aria speciale che i loro alberi filtravano, rilasciando ossigeno di grande qualità.
Arrivato qui guarii quasi subito e da allora non me ne sono più andato.
Ogni tanto torno nel mio Gargano, ma ormai qui ho messo radici.
Dopo questa lunga premessa, signor De Grossi, la accompagnerei dal Signor Ciconcia, in modo tale che lo sfaticato pasticcere le potrà aprire il suo Caffè e ristorarla a dovere.
Piero seguì l’avvocato, salutando il gentile barbiere che lo aveva accolto nella sua bottega, e si incamminò sempre più incuriosito dalla cosi varia umanità che in poche ore aveva avuto modo di incontrare in quel remoto borgo a pochi chilometri da Roma.
I due arrivarono in meno di cinque minuti in un sottorione del paese che gli abitanti avevano chiamato “La piazza”, un piccolo slargo che era delimitato da poche case, dove viveva Gastone Pierini, originario del paese di Ornaro , a nord di Roma. Gastone detto anche Cicionca, faceva il pasticcere a domicilio per le famiglie dei nobili romani che vivevano a Frascati. Si era aperto il suo caffè laboratorio a Rocca Priora, dove viveva con la sua famiglia da molti anni ormai.
Egli produceva dei dolci molto sofisticati a livello gustativo e di grande impatto visivo, avendo avuto come insegnante un nonno che aveva lavorato a Parigi con il grande pasticcere Careme, ma produceva anche piccoli dolci da banco e da credenza, come maritozzi, crostate di visciole, graffe e croissant, di una bontà fuori dal comune, avendo ereditato da suo nonno Franco la cultura della selezione delle materie prime e tutti i segreti del mestiere.
Quando Franco Pierini tornò dalla Francia, rilevò la gestione di Latour una famosa pasticceria a Roma a via del Corso, chiamata così in onore dei trascorsi francesi dei due precedenti proprietari, e anche al leggendario vino di Paulliac ,nel Medoc Bordolese.
Il nonno, chiese aiuto per il laboratorio al suo giovane nipote, all’epoca studente alla facoltà di architettura all’università’ della Sapienza a Roma.
Il giovane Gastone tra il lavoro al laboratorio e gli studi all’università’, dopo un po’ di tempo dovette decidere se scegliere di continuare a studiare o approfondire le conoscenze di pasticceria che suo nonno gli aveva trasmesso. Scelse il lavoro di pasticcere, razionale, metodico e creativo, con ottimi risultati, tanto da potersi permettere col tempo di chiudere un importante bottega a Roma, ricercato com’era dalla golosa ed aristocratica clientela romana, che faceva a gara per accaparrarsi i suoi servizi di pasticceria di alta classe a domicilio.
I due trovarono Gastone intento ad assaggiare della ricotta di capra e due tipi di vaniglia, una del Madagascar e l’altra di Haiti che erano arrivate insieme al pepe di Malabar e Tellicherry, di cui la famiglia Dandini erano gli importatori.
Vieni qui per favore Giorgio che io sto diventando pazzo con questa vaniglia, chiese un invasato Gastone al suo amico avvocato.
Le vorrei lavorare tutte e due con la ricotta e poi chiudere in bellezza con lo zafferano di Letizia, che ne pensi? E se facessi un frolla e ne chiudessi il composto tipo scrigno burroso? Che ne pensi, domani sera i Torlonia ne sarebbero felici se gliela preparassi per la loro festa?
Ecco, vede signor De Grossi, che personaggio è il nostro Gastone? Folle ed ossessionato anche lui dal lavoro, che intendiamoci egli non lo considera tale, ma lo ritiene più vicino ad una sorte di chiamata, simile ad una vocazione.
Giorgio Prencipe diceva questo ad uno stralunato Piero che non riusciva più a capire dove fosse capitato, mentre Gastone era tornato dentro casa e da fuori lo sentirono cantare <La donna è mobile, qual piuma al vento, muta d’accento e di pensiero> dal Rigoletto di Verdi.<Sempre un amabile, leggiadro viso, in pianto o riso è menzognero>
Vede Piero, adesso Gastone è dentro casa, ma tra due minuti uscirà fuori per dirmi che sono un maleducato, perché non gli ho presentato il mio nuovo amico, che sarebbe lei. Fa sempre cosi, vive nell’ ossessione delle sue preparazioni dolciarie e a volte dimentica anche di mangiare, nella continua ricerca dei <bilanciamenti> come li chiama lui, tra dolce, acido e amaro. Un vero vulcano.
Lo sa che la mia adorata Eleonora mi ripeteva sempre che la dedizione, la passione e lo studio continuo nel proprio lavoro, se non sono supportate dall’ossessione per quello che si fa, non ti portano troppo lontano? Aveva perfettamente ragione sa?
Questo è il caso di Gastone, che ecco sta uscendo.
Giorgio, disse, appena uscito di casa sporco di farina, ma sei diventato per caso uno zotico senza educazione? Tu che ti sei sempre distinto per i tuoi nobili natali, mi cadi banalmente su una buccia di banana non presentandomi al tuo nuovo amico? Ma che roba mi tocca vedere.
Che le dicevo, sussurrò Giorgio all’orecchio di Piero, sempre più confuso.
Allora, Gastone, disse Giorgio, senza troppi convenevoli, ti presento Piero De Grossi, fotografo.
Alla parola fotografo Gastone ebbe come un sussulto, ma non fece in tempo a dire nulla che Giorgio replicò.
Il motivo della nostra visita è motivata dal fatto che il qui presente signor De Grossi avrebbe il desiderio di un buon caffè, e anche della traduzione del tuo cartello oscuro che hai affisso sulla porta della tua bottega. Non essendoci altri caffè dalle nostre parti, oltre il tuo, e su suggerimento del buon Saverio, tuo paziente e tollerante vicino, mi sono permesso di venirti a cercare affinché tu possa aprire la bottega per rifocillare il nostro amico, altrimenti potrebbe pensare che, oltre ad una gabbia di matti, noi paesani siamo anche degli inospitali montanari che non sanno accogliere degnamente i forestieri. Giusto?
Si, si giusto, disse frastornato Gastone, ma stamattina quelle due varietà di vaniglia mi hanno veramente scosso.
In tutti questi anni non ho mai assaggiato due prodotti di cosi alto livello, neanche in Francia dove sono maestri nel selezionarla.
Le chiedo scusa Piero, ma prima ho sentito bene che sì e’ presentato come fotografo?
Mentre diceva cosi i tre stavano tornando indietro ad aprire la patisserie, tra i vicoli operosi del borgo, con tutte le botteghe aperte ed il vociare delle donne che contrattavano con i bottegai gli acquisti delle uova, del pane e quant’altro.
Si, disse Piero, sono un fotografo e sono stato incaricato da una società di scienze che fa capo all’Accademia dei Lincei di Roma, di scattare alcune foto a dei panorami di cui mi hanno detto voi qui ne siete particolarmente ricchi, in una zona dove e ‘stato piantato lo zafferano che in questo periodo dell’anno produce dei fiori coloratissimi. Vorrei abbinare il colore del tramonto a quello dei fiori del crocus e sullo sfondo il verde degli alberi, se fosse possibile.
Perfetto, disse Gastone, dopo il caffè e qualche dolce che vorrei farle assaggiare per farmi perdonare il ritardo dell’ apertura, l’accompagnerei io a Monte Ceraso, onorato di poter offrire il mio contributo ad un’ accademia così prestigiosa. Poi già che ci siamo vorrei parlarle di un progetto che capita a <ciccia>, come si dice da queste parti.
Affare fatto, disse Piero entusiasta, e tutti e tre entrarono nel Cafe’Pastisserie di Cicionca, regno incontrastato di Gastone.
Allora, veniamo a noi, disse il patron non appena i due si furono accomodati. Se mi date cinque minuti vi preparo il caffè e tre assaggi di dessert in abbinamento, che ne dite?.
Ovviamente Piero e Giorgio acconsentirono alla proposta golosa e il nostro Gastone sparì nel laboratorio antistante la sala e il bancone, dove giornalmente venivano esposti i dolci da <credenza.>
Poco dopo il nostro Pasticcere uscì dal laboratorio con due fumanti caffè fatti con la <cuccumella> napoletana, accompagnati da un maritozzo con la panna montata al momento e aromatizzata alla vaniglia, un’ eclaire con una crema allo zafferano e una burrosa frolla con visciole, ricotta di capra e cioccolato.
Alla comparsa di tutto quel ben di Dio Piero trasalì, non potendo minimamente immaginare di mangiare una tale varietà di dolci così ben congeniati, in un paese sperduto tra le colline romane.
Ma prima di proferire parola Gastone lo anticipò. Lo so che potrà sembrarle incomprensibile quello che lei sta vivendo in questo momento, in questo anfratto di un piccolo mondo circondato da boschi, pastori e contadini.
E forse si starà anche chiedendo del motivo per cui un pasticcere del mio calibro si trovi a gestire un cafe’patisserie con dolci che non sfigurerebbero sulle tavole dei grandi ristoranti di Parigi.
Beh, vede, lei ha ragione da vendere e capisco il suo stupore dopo aver assaggiato le mie delizie, e convengo con lei e con il mio amico avvocato che, dicendole ciò, io non faccio altro che aumentare la considerazione del mio smisurato ego e la crescita della mia autostima, già di per se molto, molto elevata .
Ma su questi argomenti, credo che l’abbia già resa edotto il mio stimato amico, riferendosi all’avvocato, il quale ridacchiò sotto i baffi annuendo a questa verità. Si, certo Gastone caro, avevo in parte informato il nostro giovane amico riguardo qualche tuo eccesso, ma la tua presentazione rende il quadro più completo. Il tuo smisurato ego credo che possa ritenersi soddisfatto ora, giusto?
Giustissimo, disse Gastone , e adesso vorrei finire la mia presentazione non omettendo nulla.
Io sono nato in un paese del reatino, Ornaro per la cronaca. Mi trasferii da adolescente a Roma, perché i miei genitori furono chiamati da mio nonno Franco a gestire la sua pasticceria, all’epoca tra le più rinomate della città.
Mio nonno da giovane aveva lavorato per tanti anni a Parigi nella brigata dal più grande cuoco e pasticcere conosciuto ai suoi tempi, Gustave Careme.
Quando egli tornò in Italia, e i proprietari del Cafe’ Latour a Roma seppero che egli era alla ricerca di un lavoro, colsero l’occasione per dargli in mano la gestione della pasticceria del prestigioso Caffe’, conoscendone le elevate capacità e il suo rigore professionale. In capo a qualche anno, i due proprietari decisero di ritirarsi e andare i pensione proponendogli la vendita del Cafe’ ad un prezzo molto vantaggioso. Mio nonno Franco accettò, iniziando così un importante percorso imprenditoriale. A quel punto entrarono in gioco anche i miei genitori, che divennero parte attiva nella gestione del prestigioso negozio al centro di Roma, frequentato dalla nobilta’ e dall’alta borghesia romana. Poi non so’ per quale motivo, mio nonno chiese il mio aiuto come suo assistente nel laboratorio, facendomi rimanere di stucco.
Io all’epoca ero un ragazzo abbastanza scapestrato, con la testa piena di sogni rivoluzionari. E’ vero, mi ero iscritto alla facoltà di architettura ed ero molto portato negli studi, ma ero svogliato ed ero sempre in cerca di guai, forse ispirato da mio padre Amleto che qualche anno prima aveva aderito ai moti di Roma, finendo anche in carcere accusato di sedizione e poi per fortuna scarcerato per mancanza di prove.
Io non arrivai a tanto ma ci andai molto vicino perché iniziai a frequentare i circoli intellettuali che criticavano la vecchia società romana, attraverso un loro giornale clandestino. Stampavano un giornale satirico, l’insensato, che prendeva per i fondelli oltre che la società civile e i nobili romani anche i preti e il papato. Non risparmiavano nessuno con le loro invettive e con le loro vignette satiriche e a volte oscene che prendevano di mira le persone più in vista di Roma. La cosa buffa era che la tipografia dove <Gli insensati>, cosi si definivano gli appartenenti alla loro <accademia>, era a due passi dal Vaticano, a via delle fornaci. Essi sostenevano di ispirarsi alla vecchia accademia romana nata qualche secolo prima, e si prefiggevano di superare i sensi attraverso le virtù, o almeno questo era l’obiettivo del loro manifesto.
I ragazzi furono però presto arrestati e accusati di vari tipi di reati, ma i giudici con loro
furono magnanimi, perché nel gruppo degli accademici figuravano i figli di magistrati, pubblici ufficiali e nipoti di cardinali e di nobili romani, oltre a tanti ragazzi del popolo, studenti e operai.
Io non fui mai preso, perché lo stesso giorno degli arresti <eccellenti> ero a colloquio con nonno Franco che voleva convincermi ad accettare la sua proposta di lavoro.
Ti fai tre sere a settimana in laboratorio mi disse. Mi aiuti a fare il grosso delle preparazioni e la mattina potrai continuare a frequentare la facoltà di architettura.
Tu hai un grande palato, mi disse, e un ordine interiore che solo un pasticcere può vedere. Capiamoci subito, io voglio, come i tuoi genitori che tu finisca gli studi, ma visto che questa bottega mi piacerebbe un domani lasciarla nelle mani giuste, vorrei che almeno uno di famiglia fosse a conoscenza non solo della parte amministrativa, ma anche della vera anima di questo posto, il laboratorio di pasticceria.
Io ti insegnerò il metodo, a scegliere e a selezionare le materie prime. Insomma le basi del mio mestiere, e che se il fiuto non mi inganna un domani sarà anche il tuo.
Fu cosi che appena entrai in quel laboratorio non ne uscii più. Abbandonai i miei studi di architettura e mi immersi completamente senza sosta nello studio della pasticceria con un mentore al mio fianco che mi dispensava consigli, mi correggeva quando sbagliavo, ma soprattutto mi spronava con il suo esempio a dare il massimo nel mio lavoro.
Poi un giorno conobbi mia moglie Teresa, che venne per la prima volta al caffe’ e volle conoscere chi fosse l’autore di un dolce buonissimo che aveva appena mangiato.
Mio padre che era in cassa, mi chiamò ed io uscii per conoscere questa ragazza curiosa e appassionata.
Inutile dirle che fu amore a prima vista tra noi due, quando ci stringemmo le mani per salutarci.
Teresa lavorava a Roma in un negozio di sartoria e viveva da una sua zia che aveva una casa vicino via del corso, a due passi dal Latour. Io e Teresa ci sposammo quasi subito, lei lasciò il suo lavoro di sarta e venne a lavorare con noi in pasticceria, dietro al bancone insieme a mia madre, avendo lei già lavorato con suo padre nella caffetteria di Cicionca, a Rocca Priora.
Il padre di Teresa era il proprietario del caffè di Cicionca, ergo la sua <nomata,>, ma la spiegazione del suo nome e il nome stesso rimangono tuttora avvolti nel mistero. E’ l’unica nomata a Rocca Priora di cui non si conoscono ne’ il significato ne’ le origini.
Quando vendemmo la nostra pasticceria a Roma e ci trasferimmo a Rocca Priora, ristrutturammo la vecchia caffetteria paterna con un indirizzo internazionale, e da lì pensai che un nome storico come quello, con una grande identità, avrebbe potuto convivere con un’insegna di stile francese, e cosi nacque il < Cicionca, Cafe’ Patisserie> Non suona bene?
Certo rispose Piero, lo trovo originale ed elegante, ma come me la spiega la traduzione del geroglifico affisso sulla porta? Disse sorridendo.<Opro tra mezz’ora, sempre se me ne te>
Ah certo disse Gastone, sorridendo anche lui alla battuta< Aprirò tra mezz’ora, sempre se ne avrò voglia>, ecco risolto l’enigma, che avrebbero potuto svelarle anche i miei amici, disse Gastone con lo sguardo rivolto verso Giorgio Prencipe, ma si sa’, loro due quando si tratta di tormentarmi con i loro scherzi sono sempre pronti a mettermi in mezzo e ad innescare(…) Visto che i due ribaldi si annoiano, allora si inventano la qualunque pur di divertirsi o far divertire il paese intero.
A proposito, Giorgio, andresti a chiamare Saverio, così gli facciamo raccontare dalla sua viva voce lo scherzo che faceste a Piè dei Leoni? Mentre Giorgio usciva prontamente per andare a recuperare il nostro barbiere, Gastone iniziò a descrivere questo personaggio che si presentava tutte le sante domeniche a casa di qualcuno, senza essere invitato, si sedeva a tavola a mezzogiorno e mangiava a sbafo…

