Pie’ dei Leoni si presentava vestito di tutto punto, bussava alla porta della casa che aveva scelto e quando gli veniva aperta, egli esibiva la solita frase di circostanza “Ho ricevuto un vostro invito a pranzo, ed eccomi qua, sono pronto”. La gran parte degli abitanti conoscendo le abitudini di Pie’, la domenica mattina prepara un piatto di minestra in più e qualcos’altro, tanto non l’avrebbero buttato mica, pure se lui non si fosse presentato.
Deve sapere che Piè non era un uomo solo e negletto, anzi aveva una bella famiglia e un buon lavoro come capo squadra in un’azienda di taglialegna, dove ci lavoravano anche i due suoi figli.
Lui arrivò a Rocca Priora anni fa dal sud Italia con la famiglia al seguito, assunto da una società romana che taglia i boschi in tutta la nostra regione per poi rivendere la legna ai falegnami o ai forni.
Il motivo del comportamento di Pie’ fu presto svelato una domenica, quando, finito il pranzo, iniziò a raccontare una favola alla famiglia che lo aveva ospitato. Sembrava che lui volesse comunicare qualcosa tramite le favole che raccontava ed in cambio chiedesse solo un piatto di minestra ,e attraverso il cibo si instaurasse quell’intimità’ e la confidenza che lega gli esseri umani e li rende uniti. Io vi racconto fiabe antiche e popolari e voi mi offrite un piatto di minestra, sembrava dire, non perché a me manchi il cibo, ma perché in questo modo possiamo stringere un legame. Piè e’ un grande affabulatore e a volte, quando i suoi racconti sono troppo lunghi, li riassume, considerato il fatto che quasi tutto il suo auditorio e’ composto da famiglie di gente semplice, senza nessun titolo di studio e con molti bambini al seguito. Lui queste fiabe popolari le ha imparate in tutti i paesi d’Italia dove e’ stato a tagliare legna e questo suo narrare crea, ascoltandolo, una piacevole curiosità. Tutti noi il lunedì, qui al mio caffè, aspettiamo impazienti l’ospite presso cui il buon Pie dei Leoni e’ stato accolto, e la favola che ha raccontato alla famiglia.
Ma ecco che sta arrivando Saverio, cosi le dirà dello scherzo che questi due hanno fatto al nostro <convitato di pietra>, disse ridendo Gastone.
Allora, chiese
Saverio, che nel frattempo si era seduto al tavolo con loro, potrei avere un buon caffè e un maritozzo con la panna, per favore, prima di iniziare a raccontare dello scherzo a Pie’? Mandato giù il primo sorso di caffè e addentato un boccone soave di maritozzo, Saverio iniziò il suo racconto.
Pie’ Dei leoni aveva due figli che lavoravano anch’essi come tagliaboschi, nati dalla sua unione con Matilde, una bellissima donna di origini napoletane, come lui.
Matilde aveva studiato teatro all’accademia di arte drammatica e prima di conoscere e sposare Pie’, si esibiva nelle piazze delle città con una compagnia itinerante, girando il sud Italia e portando in scena le commedie del teatro classico greco e latino come Plauto, Aristofane e altri autori.
Matilde, continuò Saverio, essendo una donna molto gioviale e con un carattere che la portava ad annoiarsi quando non poteva essere attiva nelle sue passioni, il teatro su tutte, tendeva a deprimersi un po’.
Un giorno confidò a mia moglie Nina, con la quale e’ molto amica, che il suo sogno sarebbe stato quello di portare in scena una commedia itinerante a Rocca Priora, coinvolgendo i paesani casa per casa. Una perfetta commedia degli equivoci insomma, come le antiche commedie latine e greche.
Le sarebbe piaciuto che il soggetto della satira fosse suo marito Pie’, uomo con grande senso dell’ironia, gioviale e burlone quanto lei. Ne aveva parlato anche con i suoi figli ed erano d’accordo anche loro, trovando lo scherzo molto divertente ed originale.
Matilde però avrebbe avuto bisogno di altri complici oltre i figli, per convincere tutti gli abitanti del borgo a recitare la loro parte.
A quel punto entrammo in scena io e Giorgio, che insieme a Luca e Nino, i due figli di Matilde e Piè, convincemmo tutto il paese, andando di casa in casa, che avrebbero dovuto dire una semplice frase e chiudere la porta in faccia a Pie’ quando si fosse presentato.
In definitiva caro Piero, in tre giorni mettemmo su una commedia degna del migliore commediografo dell’ antichità, con l’intento di confondere la mente del nostro Piè dei Leoni.
Piero ascoltava questa storia con molto interesse, senza interrompere la narrazione di Saverio, preso da una grande curiosità di conoscere come sarebbe andata a finire la loro rappresentazione.
E cosi venne< il giorno dello sconosciuto>, continuò Saverio, aumentando l’enfasi nel suo racconto.
Commedia in piu’ atti, con i paesani attori di strada ed un unico personaggio reale, ma attore inconsapevole.
Quel pomeriggio, come tutti i giorni, Piè finito il lavoro si apprestava a tornare a casa, e la prima cosa che notò, durante il rientro che i suoi figli non erano con lui sul mezzo che li stava conducendo a Rocca Priora. Lo trovò strano, come trovò strano anche il fatto che quello stesso giorno lui non li avesse mai incontrati nel bosco che stavano tagliando, ma pensò che forse i ragazzi avevano deciso di tornare in paese e che li avrebbe trovati a casa più tardi, davanti ad un bel piatto di minestra fumante.
Arrivato però davanti alla porta di casa, trovò la seconda anomalia, la porta era chiusa da dentro con il chiavistello e lui non riuscì ad aprirla.
Allora iniziò a chiamare la moglie a voce alta “ Matilde, apri che non riesco ad entrare, togli il chiavistello. A proposito, i ragazzi sono con te, che oggi non li ho visti al bosco?
Silenzio in casa, per tutta risposta.
A questo punto Piè preoccupato bussò alla porta dei vicini per chiedere se avessero visto sua moglie e i suoi figli, ma anche da loro non ricevette nessuna risposta.
Allora, sempre più preoccupato, si avviò verso il negozio in cui tutti i paesani facevano la spesa, immaginando di trovare almeno li’ la moglie.
Entrato nel negozio pieno di persone a quell’ora che stavano ultimando gli acquisti per la cena, notò una strana indifferenza nei suoi confronti, come se lui fosse stato invisibile.
Pie salutò prima le signore che conosceva bene e poi Rosina, la titolare del negozio dalla quale ricevette un formale <Buonasera a voi>, come se fosse stato un estraneo che entrava la prima volta nella sua rinomata bottega “Da Cartocciu”,fornitore delle migliori salsicce e spuntature di maiale dell’intera regione.
Pie’,abbozzo’ amaro a quel saluto freddo ed inaspettato di Rosina, ma timidamente, vista la non proprio calorosa accoglienza, chiese notizie di Matilde, sua amica oltre che cliente del negozio.
<Nzo vistu niciunu ,nconoscio niciunu e mo’ tengo da fa>.
Questa era la battuta che avrebbero dovuto dire gli attori di questa messinscena, qualora fossero stati avvicinati dall’ inconsapevole Piè, disse Saverio al nostro fotografo .<Non ho visto nessuno, non conosco nessuno e ora ho da fare>
Piè uscì stupito dal negozio di generi alimentari, e si diresse quasi in uno stato confusionale verso il caffè di Gastone per ricevere la mazzata del gran finale di questa commedia degli equivoci messa in scena da Matilde.
Come un avversario di lotta libera che ha subito tre atterramenti di fila, col fiato corto e una grande confusione nella testa per i colpi presi, Pie’ entrò nell’affollato caffè pieno di persone,
ma nessuno di loro lo degnò di uno sguardo, pur conoscendolo, e avendo a che fare con lui tutti i giorni, soprattutto da Cicionca. Egli, sempre più sconsolato chiese a Teresa, la moglie di Gastone intenta a servire dietro il banco se avesse visto Matilde e
la risposta che ne seguì fu quella da copione, e a questo punto la nostra vittima uscì dal locale, e in un impeto furibondo iniziò a correre per raggiungere casa, sperando di trovare i suoi cari per poterli abbracciare e cercare insieme a loro un motivo sull’assurdo comportamento di tutti i paesani nei suoi confronti.
Non si era mai sentito cosi fuori luogo e confuso, non capendo se stesse sognando o se fosse capitato in qualche maniera in un luogo pieno di sconosciuti ed anche scorbutici e sgarbati.
Insomma, Pie si trovava in una di quelle situazioni equivoche come i personaggi delle commedie che Matilde la sera dopo cena raccontava a lui e ai sui ragazzi, interpretando i personaggi , mettendoli in scena in maniera astratta, evocandoli per farli immaginare all’improvvisata platea famigliare.
Pie’ in quella situazione provava dolore e anche ansia, perché non sapeva dove fossero finiti sua moglie e i suoi figli, e a quanto pare nessuno delle persone attorno a lui voleva aiutarlo.
Ma che situazione era quella’’? pensava mentre risaliva la lunga e scoscesa <sergiata> per tornare a casa sua, dove sono capitato e soprattutto, quando mi sveglierò da questo incubo e potrò riabbracciare mia moglie e i miei figli?
La sera stava scendendo implacabile e silenziosa sui vicoli del paese, insieme alle ombre che sotto forma di pensieri divenivano sempre più cupi nella testa del nostro boscaiolo.
Pie’ all’improvviso, mentre camminava spedito verso casa, si ricordò che uno di quelli che avrebbe potuto aiutarlo ad uscire da questa situazione grottesca poteva essere il suo amico più intimo, il suo testimone di nozze che ed abitava li ad un passo, dentro quel vicolo che intravedeva. Peppe< de Centufanti> avrebbe potuto spiegargli tutto quel casino che gli era piombato addosso come un fulmine a ciel sereno.
Pie’ bussò alla porta della casa di Peppe e di sua moglie Marina <de Tiburzio>, ma nonostante sentisse le voci provenire da dentro casa, e da fuori si vedevano le luci accese, nessuno veniva ad aprirgli la porta.
Provò di nuovo a battere il picchiotto di ferro appoggiato sulla porta di casa urlando all’ amico<Peppe, so io, aprimi che è un’ora che cerco Matilde e i miei figli, ma non li trovo da nessuna parte.
Nessuno sa dove siano e sembra che in paese non mi riconosca più nessuno, non ci sto capendo più nulla.
Da dentro casa una voce femminile a quel punto rispose: <Qua nce sta nisciunu Peppe, nui nsapemo gnente, nconoscemo nisciunu e tenemo da fa.> e aggiunse fredda<e vidi de ittene>. Poi il silenzio.
Vede Piero, noi tutti eravamo consapevoli che ci eravamo spinti molto avanti con lo scherzo e stavamo facendo impazzire il povero Pie, ma dovevamo continuare il nostro spettacolo, ce lo imponeva il copione. Quel<vidi de ittene>, ossia vedi di andartene era’ la battuta conclusiva di quella messiscena. A quel punto il poverino inizio’ a correre verso le fontanacce, uno dei luoghi periferici rispetto al paese, urlando a squarciacola delle frasi senza senso.
Certo, che capisco il rispetto della messa in scena e tutto il resto rispose Piero, ma arrivati a questo punto mi sembra oltremodo crudele continuare questa tortura psicologica, non fa neanche ridere un roba del genere, è solo accanimento, rispose infervorato il nostro fotografo. Avete ideato uno scherzo diabolico ai danni di un uomo inconsapevole, coinvolgendo la sua stessa famiglia e i suoi amici più cari. E’ diabolico e mi meraviglia molto la parte attiva della moglie e dei figli in questa commedia che somiglia più ad una tragedia se non conoscessimo il suo lieto fine.
Comprendo questa sua critica, intervenne Giorgio, ma la fine di questa commedia in realta’ ha dei risvolti positivi.
Il povero Pie’, fu ritrovato alle fontanacce, come le dicevo, e noi sapevamo che lui si sarebbe diretto li, come ultimo riparo e dove magari credeva di ritrovare la moglie, ma anche li non trovo’ nessuno.
A quel punto Pie’ si butto’ a terra e inizio’ a piangere a dirotto.
Noi però avevamo calcolato tutto e avevamo fatto spostare gran parte degli attori proprio a ridosso di dove sarebbe arrivato il nostro Pie’.
Ad un mio preciso segnale, cominciarono a palesarsi tutti i componenti di questa messinscena teatrale e fu cosi che la nostra burla fu svelata e il tutto poté’ finire in un abbraccio collettivo.
Ovviamente avevamo portato con noi derrate alimentari e vino sufficiente a sfamare tutte persone che avevano fatto parte con la loro recitazione allo scherzo ed anche tanti di più di quelli che si unirono spinti dalla curiosità.
Fu così che davanti ad un grande fuoco e alla brace ardente furono cucinate diverse pietanze la cui succulenza richiamava il buon vino delle nostre terre.
I canti e i balli intorno al fuoco inebriarono la bella notte di Rocca Priora e tutti insieme festeggiammo la buona riuscita e la fine dello scherzo al nostro Pie’
Ora che ho svelato tutti gli enigmi, la inviterei a fare un giro nel paese per poi dirigerci verso Monte Ceraso,
disse Gastone a Piero, e ciò detto
detto, Gastone, Giorgio e Piero si diressero verso una zona periferica chiamata fontana vecchia, dove c’era una vecchia stalla\ magazzino in disuso che i paesani avevano attrezzato per i laboratori e che avevano chiamato la <scuola delle arti e dell’artigianato>.
Gastone non perse l’occasione di far visitare la struttura a Piero e poi gli domandò: Io è da tempo che sento parlare della fotografia come forma d’arte molto vicino alla pittura. Lei cosa ne pensa se affiancassimo a questi due laboratori già esistenti una camera oscura dove poter sviluppare le lastre per il dagherrotipo?
Piero ci pensò un attimo prima di rispondere e poi disse; Sarebbe fantastico potervi dare una mano a mettere su il laboratorio. Le lastre ce l’ho io, dovreste solo oscurare una zona e piombare gli abiti da lavoro in alcuni punti perché i processi di fissione sulle lastre sono tossici e bisogna proteggere chi lavora a contatto diretto con gli elementi chimici.
Comunque con la giusta attenzione e con la formazione si possono tirare fuori dei bravi fotografi oltre che tecnici.
E fu cosi’che Piero De Grossi
insegnò ai ragazzi la tecnica fotografica del dagherrotipo con la mescola di mercuro cromo su una lastra di piombo, che era la prima tecnica di impressione visiva mai realizzata
Sempre in quel laboratorio, Letizia Emili, la coltivatrice di zafferano, propose la nascita di una sezione tessile, in aggiunta alla falegnameria, al lavoro del ferro e alla fotografia.
Lì, le giovani ragazze potevano imparare a:
filare la lana, proveniente dalle pecore sopravissane che oramai abbondavano nel territorio.
Tessere la canapa e il lino,
tingere i tessuti con erbe e i fiori di zafferano che venivano scartati per la vendita alimentare, fiorente soprattutto verso Roma e il nord Italia,
e si sarebbero potuti produrre copriletto, sciarpe, mantelli e perfino piccole tende ricamate, da vendere nei mercati di Zagarolo e Grottaferrata, due paesi limitrofi a Rocca Priora.
La scuola d’arti e mestieri diventò un punto di riferimento anche per i paesi limitrofi.
L’eco a Roma
Non ci volle molto prima che le voci giungessero anche a Roma. Un funzionario del Vaticano, il marchese Silvestri, fece visita al borgo nel mese di giugno e ne rimase colpito.
Egli scrisse la seguente relazione” Rocca Priora è diventata una piccola città-stato ma senza esercito, solo cultura, lavoro e una certa eleganza morale dei suoi abitanti che hanno lasciato un regno più solido di molti Principi”.
Il Vaticano decise, sorprendentemente, di non ostacolare questa forma di autogoverno, anzi di tollerarla e monitorarla, forse come esperimento per i tempi a venire, visto che con tutte queste attività l’erario di Roma si gonfiava sempre di più, per mezzo dei contributi del piccolo borgo.
Così Rocca Priora entrò in una nuova fase: da comunità agricola a micro-società organizzata, dove l’educazione non era solo trasmissione di conoscenze, ma costruzione del carattere, dello spirito e del mestiere.
Cambiamenti
Arrivò finalmente l’alba del 1870 e l’Italia era diventata un Regno Unito con l’annessione di Roma e dello Stato Vaticano, almeno sulla carta. Le ferite del passato erano ancora aperte, le strade non sempre sicure e il futuro tutt’altro che certo, ma a Rocca Priora si continuava a respirare aria di unità e sostegno tra gli abitanti, pur con i dovuti contrasti causati dalla guerra civile appena terminata.
Diversi membri del paese si erano arruolati per difendere i territori dello Stato del Vaticano, altri invece erano partiti a combattere per l’unità d’ Italia con Garibaldi, e quando tornarono, non tutti purtroppo, per la prima volta nella storia del paese iniziarono le inevitabili frizioni tra le varie fazioni, che però vennero appianate in una riunione a palazzo Dandini, dove parlò Edoardo, l’erede morale di Giovanni”.
In questo momento io sto parlando per ognuno di voi, essendo stato investito da questo importante ruolo di equilibratore e in un certo senso di paciere dal nuovo governo di Casa Savoia.
In cuor mio non sento il pericolo di faide nel nostro paese, troppa è la fratellanza e il legame che ci unisce per regolare conti di sangue, a causa del nostro recente passato. Sono forti e inscindibili i legami che ci rendono uniti, da poter nascere una guerra intestina e catastrofica a causa di vedute politiche.
Vi invito quindi a deporre le armi e se avete dei problemi tra voi, potrete risolverli con una bella scazzottata e dopo aver finito potete andare a bere un bicchiere di vino all’ osteria, come amici e cittadini del nuovo regno. Offro io!
E un’altra cosa importante, continuò, anche se qualcuno di voi non è d’accordo, ora dipendiamo da un altro ordinamento, da un nuovo Stato che ci governa, quindi il consiglio che mi sento di darvi , è quello” del dentro o fuori”, senza mezze misure. O restate qui per osservare ed obbedire alle leggi del nuovo Stato, oppure potrete darvi alla macchia e diventare briganti, a meno che non vogliate espatriare come tanti italiani nel nord che si sono imbarcati per le Americhe.
Da ora in poi saremo tutti Italiani, nessuno escluso. E poi continuo rabbuiandosi:
Tempo fa si è dato alla macchia un nostro compaesano Attilio Fiorentini, lo sapete tutti.
Il solo pensiero di lui mi addolora, essendo egli un membro della comunità tra i più valenti , oltre che nostro amico fraterno, e sapere che è stato il luogo tenente di Gasparone, uno dei più feroci criminali del Regno mi fa accapponare la pelle.
Non vorrei che altri di voi seguissero il suo esempio, perché è notizia di ieri che il nostro concittadino ed amico, è stato catturato dalle milizie del Regno e verrà giustiziato nella pubblica piazza del popolo, tra sette giorni a Roma.
A quella notizia ne seguì un brusio doloroso e una serie vivaci di commenti, che però Edoardo prontamente troncò sul nascere.
Solo io sono riuscito ad avere una dispensa come pubblico ufficiale di Rocca Priora a fargli visita per un ultimo saluto, e ho ricevuto disposizioni molto rigide da parte delle autorità, sapendo che ci sarebbero state richieste di visite e di scambi epistolari.
Non sarà possibile avvicinarlo e tanto meno consegnarli delle lettere, da parte di nessuno.
Andrò a fargli visita domani stesso e se volete lo saluterò anche a nome di tutta la nostra comunità, ma più di questo non posso fare, nessuno potrà vederlo tranne me.
A quella richiesta, risposero tutti di si, perché lo sfortunato ragazzo che era orfano da bambino e non aveva parenti, era diventato amico di tutti e la mascotte del paese, e quando si diede alla macchia lo fece per nobili motivi.
Egli considerò la presa dell’Urbe un sacrilegio e riteneva inconcepibile voler togliere le terre alla Santa Sede, tanto forte era in lui il senso della fede e dell’appartenenza allo Stato del Vaticano.
“Ora rompete le righe, perché’ quello che avevo da dirvi lo avete ascoltato, e domani mattina presto devo partire per Roma, per riabbracciare per l’ultima volta un nostro fratello”
La rissa riparatrice e il calcio fiorentino
I reduci dalle campagne militari, una trentina in tutto erano quasi tutti parenti e si volevano un bene dell’anima , ma ognuno di loro, nessuno escluso poteva passare sopra a quegli ideali che li aveva spinti ad arruolarsi per combattere, chi per difendere Roma e lo Stato Pontificio, e chi per i Savoia , Garibaldi per l’unità d’Italia. Essi però non potevano regolare i loro conti con le armi, non avrebbero potuto, non tra di loro.
Allora, visto che quasi tutti provenivano come discendenza da Firenze . Edoardo suggerì loro di organizzare un torneo unico, una partita secca dell’antico calcio fiorentino, che ognuno di loro sapeva praticare, avendoci giocato nei tornei che venivano organizzati a Rocca Priora durante l’estate.
I tornei tra i coloni si facevano, come succedeva a Firenze, tra contrade, e il gioco si svolgeva nella piazza più alta del paese, a ridosso del castello dei Savelli chiamata “Lu Spiazzale”, essendo lo spiazzo più grande del paese.
Non esisteva un’occasione migliore per regolare i conti, senza inutile spargimento di sangue.
Il giorno dello scontro fu stabilito la domenica, quella successiva alla riunione chiarificatrice, per consentire i preparativi del campo di gioco e formare le squadre.
I calcianti si diedero due colori, il rosso ovviamente per i garibaldini e il bianco per i sostenitori dello Stato Pontificio.
Solo per questa gara, non vennero stabilite regole di alcun tipo e non fu prevista la presenza di arbitri. l’unica regola certa era quella di indirizzare la palla nella rete avversaria, per il resto botte da orbi, come si faceva di norma durante le antiche esercitazioni dei legionari romani, da cui sembra derivi questo antico gioco marziale.
In quella tarda mattinata di sole c’era l’intero paese ad assistere alla sfida, e le persone erano venute anche dai paesi limitrofi, tutte richiamate dall’eco di una tenzone tra parenti e amici che se le sarebbero date di santa ragione, per dei principi inalienabili.
Le cronache narrano che alla fine della cruenta e combattuta gara rimasero in piedi solo quattro di loro, due per parte. Giovanni lu Sbringolu e Gino de du Capocce per i bianchi e Peppe de Spallettone e Nando de Terremoto per i rossi.
La cruenta tenzone tra i calcianti, senza regole e arbitri, aveva reso il campo di gioco una enorme e desolata distesa di terreno arato, causato dal violento calpestio dei calcianti, che per l’occasione sembravano essersi trasformati in una mandria di buoi impazziti. Sopra questo campo, e sparso in maniera disordinata ( difforme ) e confusa, si trovava un ammasso di corpi pesti e doloranti, quello dei contendenti delle due fazioni.
Nel campo di gioco furono scavate nottetempo , anche delle trincee dai contendenti, dove alcuni di loro si erano riparati ed organizzati per lanciare dei sassi, consentiti come arma di offesa, di comune accordo. Dentro quelle buche si potevano rinvenire due, tre corpi di calcianti o forse più, tramortiti per le ferite in testa o per qualche arto fratturato, i quali non avevano neanche più la forza per uscire fuori e camminare con le proprie gambe.
Gli unici quattro ancora in piedi, erano gli energumeni nominati sopra, che non intendevano cedere un solo millimetro di campo al nemico, e vista la loro prestanza fisica e la resistenza combinata alla loro mole di tutto riguardo, continuavano a darsele di santa ragione.
Gli spettatori, vista la mala parata, ed essendo ormai giunta l’ora del pranzo, a quel punto cominciarono a distribuire del cibo a tutti i presenti , pane e caciotta primo sale, qualche oliva , della trippa al sugo, salsicce e fagioli e anche sott’oli e sott’aceti. Qualcuno accese la brace e iniziò ad arrostire la pancetta di maiale, la< panontella > che con il grasso di risulta ci si ungeva il pane, creando in quell’area, un insieme di profumi ammiccanti di salsa di pomodoro, carne stufata e affumicata, mescolata alla legna che ardeva nel braciere. Insomma tutto il bene di Dio che ognuno di loro metteva a disposizione dei paesani, ma anche delle persone estranee che erano venute da fuori paese per assistere allo spettacolo. Ovviamente tutti gli spettatori presenti furono felici di partecipare al desco e gradirono molto questo gesto di generosità. Subito dopo qualcuno iniziò a tirare fuori anche del vino tenuto al fresco naturale delle grotte di lapillo del paese.
Dopo aver consumato tutto quel buon cibo e mentre assistevano sazi e soddisfatti alla cruenta sfida di calcio fiorentino, qualcuno del pubblico iniziò a sollevare due questioni.
La prima di ordine pratico- sanitario, nel senso che, essendo proibito al pubblico entrare in campo, e senza arbitri non potevano entrare neanche i barellieri, la domanda era: per quanto tempo i calcianti sarebbero potuti stare in campo , senza che qualcuno di loro corresse il rischio di morire dissanguato? Un fatto era certo, quasi più nessuno di loro era in grado di uscire dal campo di gioco con le proprie gambe.
La donna che tirò fuori la prima questione era la nonna di uno dei calcianti, Gabriele Vauro, la quale aveva già perso un nipote nella battaglia per la conquista di Porta Pia a Roma, e non voleva perdere anche questo nipote che era reduce di guerra. Olinda Cirelli, originaria del paese di Galluccio , nell’alto Casertano, sposata con Giovanni Aniello suo conterraneo e commerciante di stoffe pregiate. I due si trasferirono nel borgo vicino Roma circa trenta anni prima per motivi di lavoro, e decisero di fermarsi per sempre a Rocca Priora, dove nacquero le loro tre figlie femmine. La primogenita, Fernanda sposò un militare italo francese di carriera Joseph Vauro. Dopo che si furono sposati, ebbero due bei bambini, a distanza di due anni l’uno dall’altro, Gabriele e Alessandro. Ma non appena tre anni dopo la nascita dei bambini, Fernanda e Joseph si ammalarono e morirono di un male inspiegabile, forse contratto da Joseph in Africa, durante le sue missioni militari, e tenuto in incubazione per mesi. I due morirono a distanza di una settimana una dall’altro. Una febbre malarica li costrinse a letto e li consumò senza che nessuno potesse farci nulla . Gli sfortunati sposi morirono, lasciando i due bambini piccolissimi nelle mani e alle amorevoli cure dei nonni, che li crebbero fino a farli diventare adulti. Alessandro che era il maggiore, iniziò a lavorare come commerciante di tessuti con il nonno Giovanni, e Gabriele divenne maniscalco nell’unica bottega del paese, la fornace di mastro Giorgio. Appena iniziò la guerra, essendo i due ragazzi inseparabili, quando partirono alla difesa dei territori della Santa Sede, fecero la domanda per essere aggregati nello stesso reparto e nella medesima compagnia, e proprio a Roma , durante gli scontri a Porta Pia, Alessandro’ morì tra le braccia di Gabriele che lo soccorse senza poterlo salvare.
Ora Gabriele giaceva in una di quelle buche/trincea, contuso e tramortito con un taglio profondo sulla fronte e nonna Olinda gridava a tutti che rivoleva Gabriele, avendo raccontato a voce alta la storia dei suoi due nipoti e non avrebbe voluto perdere questo, l’unico che gli era rimasto.
Olinda gridava al cielo e ai contendenti con il suo accento campano, i suoi capelli rossi e i suoi bellissimi occhi color nocciola, aggrappandosi disperata ed inerme a suo marito Giovanni, muto ed attonito come tutti i presenti, mentre ascoltavano la drammatica storia della morte di Alessandro.
Quasi sovrapponendosi alla voce disperata e di dolore della nonna. l’altra questione la tirò fuori Franco Carlini, un ufficiale del Regio Esercito che era tornato a Rocca Priora in licenza da qualche giorno ed anche lui aveva combattuto per l’unità d’Italia. Egli si alzò in piedi e salì sul primo ramo dell’albero che era proprio all’ingresso del grande spiazzo occupato dai gareggianti e parlò forte e chiaro per farsi sentire da tutti i presenti. “Un saluto a tutti voi, urlò Il tenente colonnello Franco Carlini che aveva il dono di saper raccontare e a mettere il suo uditorio in condizioni di afferrare con chiarezza il senso della sua narrazione. Franco era un militare di carriera e aveva fatto l’accademia militare a Modena. Era partito quindicenne da Rocca Priora ed era tornato poche volte al paese a trovare i suoi genitori e qualche cugino, ma per la gran parte dei paesani era uno straniero, un forestiero, non avendo mai avuto l’occasione di approfondire la loro conoscenza “Io sono Franco Carlini, sono partito da Rocca Priora a quattordici anni per fare la carriera militare a Modena. Li viveva un mio zio paterno che era un ufficiale dell’esercito in congedo e mi fece fare il corso di ammissione per diventare cadetto. Ho combattuto per l’unità d’ Italia a fianco di due dei calcianti che si stanno affrontando nel campo di gioco, Peppe de Spallettone e Nando de Terremoto. Loro mi conoscono, perché io ero il comandante del reparto dove i due erano stati assegnati come assaltatori fucilieri. Loro però non sanno che siamo paesani e ora che sono qui li vorrei abbracciare tutti e due, visto che durante le campagne militari non abbiamo mai avuto modo di conoscerci di persona, per colpa del rigido protocollo militare. Però per poterli riabbracciare, loro dovrebbero terminare questa partita infinita . E mentre diceva cosi,
La folla vide magicamente venire su dalla selciata un carro trainato da un asino con due personaggi al seguito che sembravano essere usciti da un libro di favole di Fedro.
I calcianti rossi a quel punto, erano curiosi di capire, avendolo riconosciuto, come un loro comandante fosse capitato in paese, non avendo però sentito nulla di quello che Franco aveva urlato verso di loro. I due erano sfiniti per l’enorme fatica dopo ore di battaglia e l’uomo che urlava era il loro comandante del battaglione degli assaltatori del Re, anche da lontano e stanchi com’erano lo avevano riconosciuto.
Nel frattempo Angela Pietrantoni de Mezzuculittu e suo marito Giovanni Raponi Lu Dragone <nomatu> cosi per via della sua imponente mole, con al seguito un carretto carico di dieci bigonci di vino e trainato da un asino di nome Enrico, si avvicinavano al campo di gara.
Appena arrivati a ridosso< dellu spiazzale>, Ngelinetta urlò ai calcianti con la sua potente voce simile al guerriero Stentoreo dell’Iliade, che superava la voce di cinquanta uomini.” Ehi voi, trasportati dall’estasi di una violenza che vi fa sentire invincibili , li vedete questi bigonci sul carretto? Sono pieni di vino e io e mio marito Giovanni li abbiamo tirati fuori dalla grotta della nostra osteria. Riuscite ad immaginare la freschezza e il profumo di questo nettare qui dentro, anche se vi vedo rapiti della battaglia che avete ingaggiato da ore. Io vi capisco a voi eroi omerici, perché credo che cosi vi sentiate oggi. Ma fate un piccolo sforzo, fermatevi un attimo di picchiarvi e provate ad immaginare il sapore di questo vino e poi riprendete a darvele di santa ragione. Ah, quasi dimenticavo, qui abbiamo anche delle provviste di carne arrostita sufficiente a sfamare mezzo paese, tra cui le salsicce della bottega della nostra Rosina de Cartocciu che è qui in mezzo alla folla ad ammirare, anche lei rapita, come tutti noi, le vostre nobili gesta marziali.
Ecco, noi ora siamo pronti a scavolare le bigonce; quanti litri di vino saranno Giova’, disse rivolgendosi al marito; e quanti vuoi che siano Ngeline’? circa quattrocento quaranta litri di buon vino, asciutto e appena svinato, disse Giovanni rispondendo alla moglie. “Stu poracciu de Enrico lu somaru ha tenutu da fa’ du viaggi balle e ngima co llu carrittu, pe porta’ sti beunzi allu spiazzale”( questo povero asino di Enrico ha dovuto fare due viaggi, uno in discesa e l’altro in salita con il carretto, per trasportare questi bigonci allo spiazzale). Ecco, lo avete sentito mio marito, e per non deludere il povero asino Enrico e rendere vana la sua immane fatica, io farei qualunque cosa per berne un bicchiere, tornò a tuonare con la sua possente voce la donna oste di Rocca Priora. Ma Edoardo è stato categorico, continuando nella sua filippica, e ci ha detto: Il vino è per i calcianti e per tutti quelli che assisteranno alla loro sfida, ed è pagato da me, a patto che i primi a berlo siano gli sfidanti, nessuno potrà farlo prima di loro.
A sfida terminata, se qualcuno di loro dovesse rifiutarsi di berlo insieme agli altri, voi due il vino lo dovrete versare tutto sulla via della selciata.
Questo ci ha detto, e sapete che Edoardo è uomo di parola, vero Giova? Disse ammiccando al marito.
E mi ha anche detto che questa è solo una parte del vino e che se non dovesse bastare, io e Giovanni ne avremmo potuto servirne dell’altro, ad libitum, senza freni.
A quel punto i quattro calcianti, ascoltato l’appello mescolato alle minacce dei due coniugi, l’ invocazione del tenente colonnello Franco Carlini e quello che sembrava un grido di dolore, invocato da Nonna Olinda in una lingua quasi incomprensibile, ma sempre un urlo di dolore sembrava essere, essi si fermarono a ragionare su tutti questi avvenimenti a ridosso della battaglia, parlottarono tra di loro qualche minuto, decretando cosi la fine delle ostilità.
Ogni fazione si ritenne soddisfatta del sangue altrui versato e l’onore di tutti fu fatto salvo, insieme ai loro inalienabili principi che li aveva portati a combattere tra di loro. Ora erano finalmente tornati ad essere di nuovo fratelli e tutti per uno e uno per tutti, come agli albori della prima migrazione.
Dopo aver raccolto e curato i numerosi feriti, i calcianti poterono rifocillarsi dopo più di sei ore di battaglia cruenta che passò agli annali della storia del paese. Essa fu tramandata a voce per i giorni a venire, durante le sere all’osteria o in casa dopo cena, davanti al camino acceso e scoppiettante. I due garibaldini, Peppe e Nando poterono abbracciare Franco Carlini, il loro comandante che fu presentato anche al resto dei calcianti. Nonna Olinda e suo marito Giovanni poterono recuperare finalmente Gabriele da una delle improvvisate trincee e medicarlo adeguatamente.
E poi tutti insieme iniziarono a bere e a mangiare come se non ci fosse un domani, <dallu spiazzale> fino all’osteria de Ngelinetta e Giovanni per finire poi a cantare canzoni sconce per tutto il paese come se fosse carnevale.
A ricordo di quella cruenta ma pacificatrice giornata, tutti loro decisero di erigere un monumento al centro del grande piazzale dedicato ai caduti di ogni guerra, ed il giorno dell’inaugurazione del monumento fu chiamata a scoprire l’immagine del milite caduto in guerra, Olinda Cirelli la nonna di Alessandro, che era morto a Roma vicino Porta Pia.
Nella battaglia combattuta sul campo di gioco ci furono diversi feriti con gli arti fratturati e parecchie teste rotte per il lancio di pietre e dei pugni in faccia ben assestati, ed essendo
il periodo in cui si svolse lo scontro un periodo importante per il taglio dei boschi e i vari e fondamentali lavori nei campi, come per esempio la mietitura del grano, con cosi tanti giovani uomini immobilizzati a letto, il paese rischiava di rimanere senza scorte di cibo o legna per l’inverno. Ma nessuno si preoccupò più di tanto, perché nell’assemblea del giorno dopo tutti i paesani fecero un blocco solidale ed ognuno di loro avrebbe sostituito al lavoro quelli che non erano in grado di svolgerlo.

