L’ incontro a Castel Sant’Angelo tra Edoardo e Attilio
Edoardo era arrivato a Castel Sant’Angelo e fu introdotto nelle segrete del braccio dei condannati a morte. Fu perquisito, gli tolsero L’ orologio da taschino , prezioso dono e ricordo di suo padre Giovanni e le stringhe delle scarpe per evitare che le passasse al condannato.
Attilio era li in piedi ad aspettarlo e come vide Edoardo, gli andò incontro per abbracciarlo.
I due rimasero abbracciati per qualche interminabile secondo con gli occhi lucidi, senza parlare.
Si sentiva intorno a loro, solo il lugubre rumore delle chiavi dei carcerieri ed il lamento di qualche prigioniero nelle lontane stanze degli interrogatori.
Attilio disse staccandosi da Edoardo: “ li senti questi lamenti? Sono quelli dei miei fratelli che questi sgherri infami stanno torchiando con la tortura, ma loro non parleranno mai, nessuno dirà dov’è il nostro covo e dove sono nascosti quelli che loro chiamano i “vostri complici briganti”.
Poi si sedette sul letto e invitò Edoardo a fare lo stesso.
Attilio guardò il suo amico con gli occhi allucinati e disse con grande veemenza” da quanto tempo mi conosci ? Da sempre rispose Edoardo, ti portavo io a scuola da bambino e ti riprendevo per l’ora di pranzo per portarti a casa mia.
Ecco, allora, tu che mi conosci da sempre, che mi hai vestito e nutrito, ti sembro un criminale, un brigante, come loro, gli invasori, quelli che hanno occupato le nostre terre? Ti sembro io un pazzo, uno che decide da un giorno all’altro di andare ad assaltare carrozze di nobili del nord Italia o dei loro complici che fino a ieri erano devoti ed avevano giurato la loro fedeltà al Papa e a Santa Madre Chiesa? E sputò per terra con un gesto di stizza, facendosi subito dopo il segno della croce. Attilio non si aspettava una risposta a questa sua domanda retorica e si limitò a guardare Edoardo che annuì al suo discorso. Poi continuò” con voce quasi solenne
Io e i miei fratelli di ventura leggiamo e commentiamo tutte le sere Sant’ Agostino e il passo del suo De Civitate Dei” la pace non è assenza di guerra, ma tranquillità dell’ordine” lo leggiamo e ci rifugiamo spesso in questi concetti, perché la vera pace non si ottiene semplicemente evitando il conflitto, ma mantenendo un ordine giusto, fondato, cioè sulla giustizia e sull’amore verso Dio.
Noi non abbiamo mai perso la fede, anzi l’abbiamo rafforzata, difendendola contro i soprusi e la violenza degli stranieri senza Dio, che vengono qui ad imporci le loro leggi, non tenendo conto che questo Sacro suolo è nostro da duemila anni.
Nella nostra nuova famiglia abbiamo accolto di recente tre preti, due donne e tanti altri credenti e devoti al Signore che non ritengono sia giusto abbassare la testa davanti al nuovo potere di chi crede di poter governare i nostri territori, le terre dello Stato Pontificio sotto un’ unica bandiera e chiamarla Italia. Noi non ci stiamo, e ti garantisco che faremo il possibile per rendergli la vita impossibile, anche a costo di farci ammazzare tutti.
E un’ultima cosa, io e la mia banda non abbiamo mai versato una goccia di sangue altrui.
L’ unica violenza che abbiamo prodotto è stata qualche bastonata ben assestata per togliere i valori ai nobili ricconi. Quando ci appostavamo dietro fontana vecchia, sotto Rocca Priora, loro si fermavano li con le carrozze per abbeverare i cavalli e noi li sorprendevamo alle spalle con i bastoni. Avevamo sempre le pistole con noi, ma io non le facevo mai caricare. Lo stesso si dica per i pugnali, li avevamo indosso ma non li abbiamo mai usati, non ce n’era bisogno perché eravamo talmente veloci nelle nostre azioni che a derubare quei fessi ci mettevamo pochi minuti.
E del maltolto che ne facevate? Chiese pensoso Edoardo.
Quello che tu chiami maltolto, noi lo usavamo per sostentarci, visto che vivevamo alla macchia, e il resto lo distribuivamo ai paesani di ogni territorio in cui ci rifugiavamo.
I nostri complici erano i frati dei vari monasteri che ricettavano la nostra refurtiva rivendendola ai ricchi prelati che così contribuivano alla nostra giusta causa. Poi coi soldi che ci tiravano su ‘compravano pane, formaggio, grano, insomma tutti beni di prima necessità che sarebbero stati distribuiti alle persone che ne avevano necessità.
Ingegnoso come metodo disse Edoardo. Si rispose Attilio. Ma poi questa giostra finì, perché un mio luogotenente, Caligola di Cave, fu catturato e la moglie per paura che lo giustiziassero, in cambio di una pena più mite, diede alle guardie del regio esercito le indicazioni del nostro ultimo covo, e così una notte gli sbirri ci fecero un agguato mentre tornavamo da una scorribanda e catturarono me e altri due, Tiburzio Sicofante da Palestrina e Guerrino Cane Morto da Olevano, ma il resto della banda che era rimasto dietro riuscì a defilarsi e sparire per la macchia del monte Maschio, sopra Velletri.
Sai che ogni domenica mattina diciamo messa nei nostri rifugi di fortuna e per l’occasione riuniamo anche le famiglie dei nostri compagni? La messa viene officiata dal nostro prete don Mimmo, che pure lui ha deciso di darsi alla macchia insieme a noi. Lui era un alto prelato, figlio di una famiglia di nobili del nord Italia e stava facendo la carriera ecclesiastica, sarebbe diventato cardinale , ma all’avvicinarsi delle orde di Vittorio Emanuele decise di darsi alla macchia e combattere, non in maniera cruenta, per opporsi al nuovo potere. Lui non ha mai partecipato alle nostre scorribande, ma oltre a curare i feriti nei covi, a cucinare e dire messa, è colui che mantiene i contatti con i frati per la raccolta e la distribuzione della refurtiva. Noi lo chiamiamo Padre Mimmo la logistica.
Io, lui e tutti gli altri che fanno parte del nostro gruppo, ci incontrammo ad un raduno del brigante Gasperone, ma capita la mala parata per la brutta aria che tirava da quelle parti ci siamo defilati. In verità siamo riusciti a scappare dal loro covo nottetempo, che quelli sennò ci avrebbero arruolati con la forza.
I compari di Gasperone sono solo criminali, gente senza Patria ne’ Dio, con centinaia di omicidi alle spalle e cercavano gente per arruolarla nelle loro fila. Dopo la presa di porta Pia decisi di darmi alla macchia ed incontrai un gruppo di ribelli che come me volevano combattere il nuovo regime, ma come volevamo noi, secondo le nostre regole d’ingaggio, colpendoli ai fianchi, senza dare loro dei punti di riferimento. Visto che sotto l’aspetto militare ci avevano fatto a pezzi, volevamo vedere come se la sarebbero cavata con il metodo della guerriglia.
Purtroppo il fatto di aver preso parte a quel raduno anche solo per un giorno, ci ha sporcato la fedina penale e gli sbirri del Re ci considerano alla stregua dei briganti di Gasperone, e a me il suo luogotenente, pure se avrò visto quel criminale per solo mezz’ora.
Dillo per favore Edo, diglielo ai miei fratelli di Rocca Priora,che io non ho mai ammazzato nessuno, e come me tutti gli altri che fanno parte della mia banda.
Allora Edoardo gli disse” tutti noi comprendiamo la tua scelta difficile e dolorosa che ti porterà alle estreme conseguenze. E anche se tu dicessi queste cose al magistrato che ti giudicherà non ti crederà mai, ma sappi che noi, quando tu salirai al patibolo saremo li con te, non ti lasceremo solo, ed insieme a te morirà una parte di tutte le persone che ti hanno amato e considerato in vita.
Ho qui una lettera con i saluti di tutti i tuoi amici,
leggila quando sarò uscito. Poi Edoardo scoppiò in lacrime e abbracciò il suo fraterno amico che non avrebbe rivisto mai più.
Mentre stava uscendo dal corridoio che lo avrebbe portato alla fine del braccio della morte, sentì un grido provenire dalla cella di Attilio e un invocazione” Edo, diglielo a tutti che morirò per una giusta e Santa causa e ricordatemi sempre, come Attilio La pollere, l’uomo che non si è piegato al potere di chi voleva cancellare dalla faccia della terra quello che abbiamo di più sacro e inviolabile . Dillo a tutti i miei fratelli e loro capiranno, ne sono certo.
Edoardo ascoltò questa sua ultima invocazione abbassando la testa e nel frattempo infinite lacrime amare inondarono il suo viso, mentre montava in carrozza per tornare a casa.
Il giorno dopo egli riferì in un’affollata assemblea del suo incontro con Attilio e della serenità con la quale il loro amico stava affrontando questa pena, sorretto dalla sua fede e dalla profonda convinzione di essere nel giusto.
“Mi ha detto di abbracciarvi tutti e di dirvi che gli mancherete, ma che quello che sta subendo è il momento più alto della sua esistenza e non tornerebbe mai indietro.
Lui vuole immolarsi, anche se innocente, dalle accuse che gli sono state mosse, morirà
per la causa della Chiesa e vorrà essere ricordato cosi.
Mi ha anche detto che fra tre giorni, quando sarà giustiziato, gli farebbe piacere se ci fossimo anche noi in piazza, perché la nostra presenza gli sarebbe di grande conforto e gli darebbe ulteriore forza.
Ovviamente tutti i presenti dissero in coro che sarebbero stati lì con lui , anche se Edoardo li avvisò, che assistere ad una pena capitale per taglio della testa non era proprio una passeggiata, se poi inflitta ad una persona cara poteva essere sconvolgente, ma non poté che considerare questo loro gesto come un atto d’amore dovuto ad una persona cosi importante per l’ intera comunità.
E fu cosi che poco prima del sorgere dell’alba del giorno stabilito dell’esecuzione, in una fredda mattina estiva, una mesta carovana di ottocento persone, praticamente quasi tutto il paese di Rocca Priora, esclusi i bambini gli anziani, i feriti della partita di calcio fiorentino, e qualche donna che era rimasta ad accudire gli anziani e i più piccoli, si incamminò verso piazza del Popolo a Roma, dove alle ore dodici in punto, il boia avrebbe messo fine alla vita di Attilio Fiorentini, detto la pollere, calzolaio e formidabile giocatore di scacchi, immolatosi per la causa di Santa Madre Chiesa a difesa del suo territorio.
Quel giorno di fine luglio la piazza era gremita di persone venute dai paesi limitrofi a Roma, oltre che dalla stessa città, richiamati dall’eco dalle gesta di questo ragazzo, poco più che ventenne che aveva deciso di combattere le ingiustizie di un nuovo potere, fino a rimetterci la testa.
I posti in prima fila erano occupati dai suoi paesani che per farsi riconoscere avevano messo sulle maniche delle camicie un nastro rosso che simboleggiava la ribellione, in modo che Attilio li avrebbe potuti individuare subito.
Il palco per l’esecuzione era stato montato a ridosso del muro sotto la casina Valadier, e tutta la piazza era gremita all’inverosimile, di persone di ogni tipo, ammutolite per la sacralità dell’evento. Ognuno di loro aveva saputo che il ragazzo si stava sacrificando per un altissimo ideale e tutte le persone che abitavano a Roma e nella regione gli erano riconoscenti, dimostrandogli con la loro vicinanza la riconoscenza per il suo nobile gesto. Vicino al palco, in una zona più alta, c’era una postazione dove era seduto il primo cittadino della città di Roma, Francesco Pallavicini Rospigliosi, sindaco non eletto dal popolo ma nominato dal Re, e i due dirigenti del nuovo ordine di pubblica sicurezza, poiché tutti i reati contestati ad Attilio erano stati commessi nei territori dell’Urbe e quindi di loro competenza giuridica.
Il giorno dopo sarebbero stati giustiziati anche i suoi due amici, che nonostante le pressioni non avevano voluto rivelare i nomi dei complici della banda, tantomeno il nascondiglio o un luogo dove poterli catturare.
Il primo a cui sarebbe stata tagliata la testa sarebbe stato Attilio essendo stato riconosciuto come capo banda, e appena salito sul palco della ghigliottina gli venne tolto il cappuccio, che da usanza viene fatto indossare ai condannati alla pena capitale.
Con grande stupore dei militari presenti e degli organi dello stato che erano lì ad assistere, il passaggio in mezzo alla folla del condannato non ebbe il solito risultato, cioè il consueto tiro di ortaggi e le offese indicibili tra le urla inferocite dei presenti, ma al contrario man mano che il ragazzo si avvicinava col capo coperto sul carretto trainato da un cavallo sbilenco, Il silenzio si faceva sempre più fitto e greve, quasi solido, e le persone che erano li mandavano baci silenziosi, e tante, tantissime donne giovani ed anziane tra la folla, lanciavano fiori verso il condannato e gli sussurravano frasi di amore e di riconoscenza.
Fu come essere trasportati in una dimensione irreale, colma di presagi e foriera di accadimenti, che poteva portare anche alla rivolta popolare e al massacro, vista la tensione emotiva che si respirava. Sarebbe bastato un minimo cenno di Attilio per scatenare l’inferno nella piazza.
Ma tutto questo non accadde perché Attilio era ben conscio della sua popolarità e durante quei pochi minuti aveva capito di avere la piazza in mano e voleva portare a compimento il suo disegno. Lui sarebbe morto da martire, immolandosi contro un potere ingiusto che aveva usurpato uno Stato che non era uno Stato qualsiasi, ma che era il simbolo della cultura dell’occidente da duemila anni.
Quando salì sul palco, accompagnato da un silenzio spettrale e gli venne tolto il cappuccio, Attilio guardò in alto sulla sua destra e sorrise sarcastico alle nuove autorità. Poi sempre senza parlare, guardò in basso e in prima fila puntò gli occhi verso i suoi paesani segnati di rosso scarlatto e li salutò con un sorriso a trentadue denti, ricambiato da tutti loro. Infine annusò il vento tiepido di una estate incerta e volse il suo sguardo a trecentosessanta gradi sulla piazza del popolo rimanendo stupito anch’egli di quante persone stessero li per assistere alla sua cruenta dipartita in cielo, e finalmente si commosse, perché aveva capito di avere vinto.
Si sbagliava però, perché Attilio era un ottimo giocatore di scacchi, ma questa partita la stava giocando contro avversari molto più forti di lui, che non avrebbero consentito che egli diventasse un martire della lotta alla tirannia.
Al condannato erano permesse due cose prima di essere giustiziato, la prima era la confessione che egli aveva già fatta con il prete d’ufficio nella sua cella, e la seconda era un discorso o qualche parola di pentimento verso il pubblico e le autorità presenti, per i crimini commessi. All’improvviso
si alzò un vento impetuoso che per qualche minuto raggruppò le nuvole sulla piazza del popolo, ghermita all’inverosimile. A quel punto esatto Attilio parlò alla folla e alle autorità, in un silenzio irreale, accompagnato solo dal continuo incedere del vento.
“ Vorrei ringraziare tutti, anche le autorità che si sono prese la briga di venire ad assistere alla mia mattanza, anche se per loro e ‘solo un dovere d’ufficio, un atto dovuto, disse sarcasticamente.
Vorrei anche ringraziare di cuore Sua Santità Pio IX che ha cercato di intercedere attraverso i suoi cardinali, per trovare un modo per non farmi tagliare la testa, ma le autorità che governano Roma e l’ Italia in questo momento non sono sembrate favorevoli a questa soluzione, quindi amen, sarà fatto come loro credono .
A me dispiace solo per i miei fratelli di ventura e per il fatto io li abbia coinvolti in questo terribile gioco.
Spero solo che muoiano sereni e senza peccati, come spero di morire io, e che il nostro coraggio non vacilli quando metteremo la testa sotto la ghigliottina.
Voi penserete che io mi sia bevuto il cervello alla ricerca dell’estasi e della spiritualità, oppure penserete che io sia un eroe in cerca di fama e di vanagloria, ma io vi dico che non sono nessuno dei due. Io non sono ne un santo ne tantomeno un eroe, Io sono semplicemente una persona che ha fede e l’unico atto di eroismo che ho mai concepito è stato quello di cercare Dio in quello che facevo,
e l’ho trovato, difendendo gli altissimi ideali che da sempre albergano in questa città che è stata violata da un potere violento ed arrogante, e che ha osato nella sua sconfinata e meschina malvagità, relegare il Papa nella sua cittadella, escludendo la Sua Sacra Persona al mondo circostante.
E mentre disse questo guardò in alto sulla sua destra, dove erano posizionati il sindaco e i suoi funzionari, e senza mai abbassare lo sguardo da loro, tuonò, indicandoli con un braccio” i vostri crimini non rimarranno impuniti, perché anche se oggi taglierete la testa a me e domani a Tiburzio e a Guerino, miei fedeli compagni, tutto questo non basterà a seppellire l’onta del vostro affronto a Dio, e lo dico con cognizione di causa.
Ci sono migliaia di patrioti come noi, che nel segno incrollabile della fede e per riprendersi Roma e i suoi territori, sono pronti a scendere in piazza e morire per gli stessi nostri ideali.
E ora detto ciò, sono pronto ad immolarmi, disse, accompagnando il suo finale di discorso con un gesto plateale mentre si avviava verso il patibolo.
A quel punto si alzarono dalla folla intorno delle preghiere, delle urla, delle proteste ed era in procinto di scoppiare il finimondo, quando due squilli di tromba zittirono la folla imbufalita pronta ad assalire il palco dove era posizionata la ghigliottina, e annunciarono che stava per parlare il primo cittadino. Sua Eccellenza Francesco Pallavicini, allora si alzò solenne dal suo scranno per leggere il seguente comunicato , rischiarandosi la voce per farsi ascoltare da tutti i presenti.” Addi’ 17 luglio 1872, per il potere conferitomi da Sua Maesta’ Vittorio Emanuele II, Re d’Italia, per grazie di Dio e per volontà della Nazione, visti gli atti relativi al processo penale dei condannati etc etc, considerate le giuste richieste di Sua Santità Pio IX etv etc etc, comunico la Grazia da subito a i detenuti Attilio Fiorentini , Tiburzio Gentili e Guerrino Rocci,
e commuto seduta stante la pena capitale per i tre imputati, a l’esilio forzato sulle isole di Ponza, Salina e Procida”etc etc etc…
Il sindaco non poté finire di leggere il verdetto che un boato della piazza squassò le fondamenta della città. Le persone presenti in piazza iniziarono ad abbracciarsi tra di loro anche senza conoscersi, e a ballare e cantare inni sacri mescolati a canzoni sconce di matrice popolare.
Intorno al palco della morte, ora era un tripudio di gioia incontenibile per aver visto salvo uno dei loro eroi, ma Attilio in cuor suo non era felice, perché era vero che lui aveva salvato la testa, ma aveva avuto l’amara prova che qualcuno che tesse i fili del potere, era andato a scacco matto, annullando di fatto le sue idee rivoluzionarie e la possibilità di una lunga guerra intestina, in una sola mossa.
Attilio si rese conto dell’enormità’ dell’azione strategico politico che c’era dietro quell’editto, e lo stava provando sulla propria pelle. Il nuovo potere lo aveva reso innocuo e lui se ne stava rendendo conto, dal clamore che saliva dalla folla giubilante intorno a lui.
Al popolo serviva quel gesto di magnanimità e di conciliazione, dopo i tanti orrori della guerra appena finita, e il governo di Vittorio Emanuele aveva bisogno di pacificare la nuova nazione appena nata con un grande atto di generosità, il perdono per tutti.
Una serie di editti reali di amnistia sarebbero stati consegnati a tutti gli altri combattenti, da nord a sud della penisola, a patto che tutti loro avessero consegnato le armi e giurato fedeltà al nuovo potere costituito.
Il popolo non voleva che Attilio morisse ghigliottinato, sacrificando la propria vita per un ideale che nessuno di loro avrebbe più potuto seguire. Tutti loro erano stanchi della guerra, e quel gesto così magnanimo del nuovo governo, ciascuno lo lesse come un atto di clemenza e di pacificazione . Ovviamente Attilio non era del loro stesso avviso, ma oramai era troppo tardi per porre rimedio alla situazione già di per se stabilita, ed egli l’indomani stesso sarebbe stato condotto in esilio nel carcere dell’isola di Procida, come prigioniero politico, ed in virtù di una speciale concessione voluta per lui da Papa Pio IX, egli, anche in stato di esilio avrebbe potuto godere di alcuni privilegi, studiare teologia e filosofia, giocare agli scacchi, insegnarne la disciplina e lavorare come calzolaio, il suo vecchio mestiere. Le autorità del Regno accolsero queste volontà richieste da Sua Santità, considerato che da ulteriori e più approfondite indagini, Attilio e i suoi fratelli di ventura vennero scagionati per i crimini di rapine aggravate con omicidio. Gli vennero però riconosciute ed imputate le rapine senza spargimento di sangue e il tentativo di attentare e sovvertire il nuovo potere costituito.
Insomma l’esilio forzato era una condanna severa, ma tutto sommato ci poteva stare.
Sull’isola dove avrebbero tradotto in esilio Attilio, viveva il professor Michele Romano, docente di filosofia ed epistemologia all’università’ di Napoli. Filosofo tra i più importanti anche fuori dal Regno, noto per i suoi studi su Sant’Agostino e sui filosofi tedeschi Kant ed Hegel, di cui era uno straordinario esegeta, studioso e curatore.
Attilio con lui avrebbe instaurato una profonda e duratura amicizia e uno scambio culturale ed umano che sarebbe proseguito per gli anni a venire.
Attilio era salvo e i suoi fratelli e compaesani gioivano insieme alla folla festante, ma non poterono salutarlo perché egli fu portato di nuovo a Castel Sant’Angelo subito dopo il proclama del sindaco, e mentre si allontanava i suoi amici piansero comunque perché non lo avrebbero più rivisto.
Il ritorno a Rocca Priora da parte di tutti loro fu un misto di sentimenti ,di passivo dolore per la perdita anche se non fisica di Attilio, e di grande orgoglio da parte di tutti loro per aver contribuito a crescere come cittadino nella loro comunità, un uomo grandemente coraggioso e con un così importante eloquio e una personalità di rango, da tenere testa a personaggi politici e dell’ordinamento istituzionale di alto profilo con i quali egli era riuscito a confrontarsi e tenere loro testa alla pari.
In definitiva, essi potevano ritenersi contenti per il nuovo Regno d’Italia finalmente pacificato e di lui, Attilio, esiliato e graziato insieme ai suoi fratelli di” macchia”.
Terminati i festeggiamenti sotto al palco per la scampata decapitazione e salutato da lontano il loro paesano e amico che spariva tra la folla , Edoardo si staccò per qualche minuto dal gruppo dei suoi per dirigersi verso il palco delle autorità, in qualità di Sindaco di Rocca Priora, esibendo il suo titolo non appena le guardie lo fermarono per impedirgli l’accesso.
Edoardo rimase per qualche minuto a parlare con i dirigenti di polizia e con il primo cittadino di Roma e poi tornò tra i suoi, esortandoli a tornare a casa.
Il convoglio rientrò lentamente da Roma , arrivò a sera inoltrata <allu spiazzale> e la notizia che il loro pupillo non fosse stato giustiziato creò un esplosione di gioia tra il resto dei paesani che erano tutti li ad attenderli.
Edoardo raccontò di come si fosse comportato Attilio e di quante persone fossero accorse li solo per lui, e di come un figlio della loro terra avesse tenuto per le palle, per più di un anno un formidabile esercito di occupazione” Sto pelle ossa fu catturato solo perché un suo compagno fatto prigioniero precedentemente , per salvarsi la ghirba, aveva rivelato la posizione del loro covo favorendone la cattura.
Tra qualche giorno Attilio sarà trasferito sull’isola di Procida e condotto in carcere, ma potrà uscire per il paese e svolgere le attività che ha sempre amato, gli scacchi, la filosofia e< lu carzolaru,> e qui la folla rise, perché tutti avevano quasi dimenticato il vecchio mestiere di Attilio Fiorentini detto la pollere per via del suo fisico mingherlino e veloce come la polvere( la pollere ndr) ciabattino di mestiere oltre che studioso autodidatta di filosofia e teologia e del gioco degli scacchi. Aveva appreso, senza l’aiuto di nessuno, la comprensione dei testi di Sant’Agostino che erano nella libreria della chiesa dell’Assunta, lascito di monsignor Giacci e della famiglia Tofini.
“ Non potrà ricevere visite, continuò Edoardo, essendo esiliato in un bagno penale, ma potrà ricevere lettere che saranno sottoposte a censura, e io credo che se vogliate scrivergli lui sarebbe felici di avere vostre notizie e vi potrà anche rispondere.
Prima di andare via da Roma ho parlato personalmente con i dirigenti della polizia che lo trasferiranno a Procida e mi sono raccomandato, visto anche l’interessamento del Papa della sua situazione, di rispettarne le volontà ‘ che Sua Santità ha espresso nei confronti di un suo figlio prediletto.
Gli ufficiali e anche il sindaco mi hanno confortato a riguardo, dicendomi di aver parlato personalmente con Pio IX della situazione di Attilio e il Santo Padre era sinceramente e positivamente colpito dalla profonda fede del ragazzo e dell’amore che egli serbava per le sorti dello Stato Pontificio.
Mi ha anche detto che il Papa avrebbe provato in tutti i modi di intercedere presso Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele, per farlo trasferire a Roma tra qualche tempo.
E questa notizia fece esplodere di giubilo gli abitanti del borgo più alto delle colline romane.
Tutte queste buone nuove avevano bisogno di un brindisi e quindi tutti si mossero verso l’osteria di Angelina Pietrantoni detta Ngelinetta e di suo marito Giovanni detto Lu Dragone, che erano pronti all’urto della folla festante che inneggiava ad Attilio la pollere con fragorosi hip hip urra’, che echeggiavano tra i vicoli del paese.
Ognuno di loro raccontava aneddoti, serbando un ricordo di Attilio, ma quello che venne ascoltato con più interesse e commozione fu quello di Angelo Antonio Moreschi lu ministru, di professione ciabattino.
“ Io non sono uomo di grandi discorsi, come mio padre, da cui la nomata dellu ministru, inizio ‘ a dire, ma quando presi a bottega Attilio, io mia moglie e i miei tre figli lo accogliemmo in casa come uno di famiglia, e lui ricambiò in tutto e per tutto l’affetto che gli avevamo corrisposto.
Dopo il lavoro andava in canonica a studiare i suoi testi per noi incomprensibili. La sera ci insegnava a giocare a scacchi e insieme parlavamo di fede e di religione , mai di politica, ecco perché io e miei rimanemmo stupiti assai delle voci che sentivamo su di lui, addirittura accusato di essere il luogotenente di Gasperone. Ricordi’ Edoardo? io un giorno ti dissi che avrei potuto parlare con qualcuno delle autorità anche sotto giuramento, e così anche i miei figli, per smentire queste voci.
Era praticamente impossibile che <quillu cane nicciu >( cane secco) si fosse solo minimamente compromesso con un simile criminale.
“ Certo che mi ricordo, ma io ti dissi che le autorità non ti avrebbero creduto, nonostante tuo figlio Aristide fosse un sottufficiale dell’esercito e Attilio fosse cresciuto in casa con lui. Ormai la sua fama di criminale viaggiava a gonfie vele e nessuno l’avrebbe potuta più frenare. Gli antichi greci la fama la chiamavano kleos e gli davano un peso significativo nella società, nel bene e nel male, lui ne è stato <toccato> in tutti e due i versi, come un perfetto eroe omerico.
C’e’ stata bisogno di un ‘inchiesta voluta dal Papa per scagionarlo definitivamente dalle accuse di omicidio e rapina aggravata e riportare i suoi crimini alla giusta dimensione, con le attenuanti del caso.
Certo che stu< anignu>(sto coso magro) nell’ultimo anno ne ha combinate di cotte e di crude e qualche bastonata ben assestata l’ha pure data tra <capu e collu a ca babbione(uomo ricco e bolso) piemontese> e tutti in coro: < E ha fattu bene>, ridendo come matti e alzando i calici in onore del ragazzo.
Pero’ una domanda te la voglio fare io Angeli’, ma me <tenghi da di la verita’>,(devi dirmi la verita) disse Edoardo, sornione, all’amico calzolaio. Una domanda che non c’entra niente con Attilio.
Dimmi, dimmi pure : ma è vera la storia che tu quando punivi i tuoi ragazzi salivi sulla sedia, li chiamavi uno ad uno, loro venivano da te e si facevano prendere a schiaffi’?
Tutti i presenti, in un silenzio composto ma pieno di curiosità erano li ad ascoltare la leggenda “ delli schiaffi dalla sedia dellu ministru” . Angelo fu colto di sorpresa davanti a questa domanda, perché si era giurato in famiglia, che il rito dovesse rimanere dentro le quattro mura della casa, ma evidentemente qualcuno aveva parlato. Alche’ Edoardo disse” qui c’è tutto il paese ad ascoltarti e sono curiosi di conoscere la vera storia< delli schiaffi dalla sedia> ma nessuno di loro ha intenzione di prenderti in giro e
nessuno dei ragazzi ne ha mai parlato, te lo possiamo giurare tutti noi qui presenti.
E ‘ accaduto però che una sera che <t’eri ncazzatu mpo de più, li strilli se so sentiti fino mparadisu> più di qualcuno dei tuoi vicini di casa è sceso dal letto per capire cosa stesse succedendo. Da quello che sentivano, immaginavano la scena mentre tu chiamavi i tuoi figli, salivi sulla sedia e facevi quello che noi pensiamo tu abbia fatto, giusto?
Eh si , non lo posso più nascondere, ma visto che in famiglia avevo due< pertiche di castagno> invece che esseri umani, e io come ben vedete non supero il metro e sessanta , quando li dovevo punire ero costretto ad usare una sedia per schiaffeggiarli.
Ecco, ora tutti sapete la verità.
L’unico che non ho mai preso a schiaffi dalla sedia e’< statu quillu cane nicciu de Attilio>, lui era a mia portata di braccio ma era talmente veloce a scappare che era impossibile stargli dietro, ecco perché< lu so’ nomatu la pollere>.(l’ho chiamato la polvere)
E allora tutti a ridere e a brindare fino a notte fonda a Angelo lu Ministru e Attilio la Pollere, straordinari cittadini dell’antico borgo dei Savelli.

