Nel frattempo Giovanni decise di riattivare l’antica coltivazione di zafferano attraverso
Leonardo e Letizia Emili, due fratelli appassionati e studiosi di erboristeria. Lo zafferano era stata un’antica coltivazione di quei luoghi, iniziata da Papa Onorio IV Savelli, che lo aveva fatto piantare a Monte Ceraso, a quasi mille metri di altezza. I genitori di Letizia e Leonardo, Fabrizio e Antonella, cari amici di Giovanni, erano i responsabili del museo degli Uffizi di Firenze ed avendo i due ragazzi studiato botanica e biologia all’Università’ di Bologna, Giovanni scrisse loro se avessero potuto fare un sopralluogo a Monte Ceraso, poiché egli era in possesso di un documento che certificava la presenza del prezioso bulbo a Rocca Priora, fin dalla fine del Milleduecento.
Fu cosi che da un sopralluogo di tre o quattro giorni, i due ragazzi finirono per rimanere tutta la vita a Rocca Priora, contribuendo a migliorare sempre di più la qualità dello zafferano con i loro studi e le loro ricerche scientifiche. Ricerche approfondite e corredate anche da tanti viaggi in Persia e in Sardegna. Essi sostenevano che in quei due luoghi ci fosse una qualità molto elevata di zafferano e che innestato con quello già presente a Monte Ceraso, avrebbe migliorato sempre di più la qualità della preziosa e profumata spezia proveniente dal fiore del crocus sativus, sinonimo di bellezza e di rinascita, fin dai tempi degli antichi miti Greci.
Da altre ricerche approfondite da Letizia all’ Universita’ Gregoriana di Roma, essa scoprì attraverso i documenti di Giovanni e da una successiva mappa , l’arrivo dello zafferano in Europa dalla Persia, verso la fine del 1200, per mezzo di alcuni frati Dominicani che nascosero i preziosi bulbi dentro delle canna di fiume.
Arrivati a Roma, i Domenicani ne fecero dono ad Onorio IV, per gratitudine nell’ aver ufficializzato il loro ordine di predicatori. E fu cosi che l’illuminato Papa fece piantare il raro e prezioso bulbo per la prima volta in Europa, nella zona più alta di Rocca Priora, il Monte Ceraso, dove lo zafferano crebbe e se ne poté sviluppare il suo commercio e la sua diffusione in tutto il mondo.
La Cassa Comune e il Governo Autonomo
Qualche tempo dopo, ispirato da quanto aveva visto a Parigi dopo la Rivoluzione Francese, Giovanni propose l’istituzione di una cassa comune alimentata dai proventi di tutta la comunità. Ogni membro si tassava volontariamente in base al proprio reddito e il denaro veniva gestito da un Priore eletto dall’assemblea.
I fondi venivano usati per aiutare le famiglie più numerose, le vedove, chi non era in grado di lavorare e per acquistare beni e animali di utilità pubblica .
Questa fu una delle prime forme di autogoverno, unica nel suo genere, vista con timore e con sospetto dalle autorità ecclesiastiche che governavano quei territori.
La vita nel piccolo borgo rigenerato scorreva in armonia, e fu cosi che in un giorno di primavera, quando le strade erano più percorribili, arrivarono in visita da Firenze Alessandro Raponi e Michele Moro.
I due erano venuti a Rocca Priora per condividere con Giovanni alcuni aspetti legati all’amministrazione dei beni della famiglia a Firenze.
Con l’occasione Michele avrebbe chiesto a Giovanni di fargli da testimone di nozze, essendo stato Giovanni, insieme a Franco ed Alessandro, colui che lo aveva accolto in casa dopo la sua fuga da Napoli per un mandato di cattura, e gli diede una grande possibilità professionale, quella di diventare il contabile amministrativo della famiglia Raponi Dandini.
Michele Moro, veniva da San Ferdinando, un piccolo borgo agricolo del foggiano, in Puglia. Molto portato negli studi in campo matematico e fisico, si iscrisse all’università’ di Napoli in scienze e fisica degli astri, ma dovette ben presto fuggire dalla città campana per questioni politiche legata alle sue idee rivoluzionarie, non in linea con il regime che all’epoca governava il regno di Napoli. Il ragazzo una notte, braccato dalla polizia militare di Ferdinando di Borbone, riuscì a scampare alla cattura, grazie ad una soffiata di un suo amico cuoco, Alessandro Narducci che involontariamente aveva ascoltato nel ristorante dove lavorava , una conversazione tra dirigenti della questura su alcuni arresti che avrebbero operato quella notte, e dalla conversazione uscirono fuori alcuni nomi, tra cui quello di Michele .
Il giovane cuoco,
mettendo a repentaglio la propria vita riuscì ad avvisarlo del pericolo ed evitargli una morte certa.
Michele quella stessa notte riuscì a fuggire con un cavallo che Alessandro gli aveva messo a disposizione e con qualche provvista che gli aveva preparato in fretta e in furia . Dopo due giorni di viaggio, riuscì ad arrivare indenne prima a Paliano, un piccolo paese a sessanta miglia da Roma, dove aveva dei parenti che gestivano i possedimenti dei Colonna .
Da li poi si sarebbe diretto verso Firenze, con l’intento di rifugiarsi nella città toscana, e tra mille peripezie, arrivato in città trovò rifugio a casa di Giuseppe Scocco , suo conterraneo e amico di infanzia che lavorava come agronomo a casa Dandini .
L’arrivo a Firenze di Michele Moro e le sue vicissitudini a Napoli
Giuseppe sorpreso e preoccupato, vedendo Michele in quelle condizioni stremate lo accolse in casa sua, abbracciandolo con grande impeto ” Ma come sei ridotto amico mio, disse, e per fortuna che ti avevo scritto del mio lavoro qui, cosi hai potuto trovarmi facilmente, ma ora entra in casa e siediti li che ti preparo qualcosa da mangiare, disse Giuseppe indicando al suo amico il tavolo in un angolo nella piccola casa dove viveva con Michela Satta, divenuta sua moglie da poco. Michela era arrivata dalla Sardegna a Firenze per lavorare come infermiera all’ospedale degli Invalidi.” Mi scuso per l’intrusione, ma non ho avuto modo di avvertirti per tempo, dopo ti racconterò tutti i dettagli della mia fuga da Napoli, disse appena si accorse della presenza della donna, e se avessi saputo di lei ti avrei come minimo avvisato.
A proposito, io sono Michele Moro, fece sorridendo e porgendo la mano a Michela.” Lo so chi sei, Giuseppe mi ha sempre parlato di te e di quanto siete legati, non pensarci neanche un minuto ad uscire da questa casa, non prima di aver mangiato e bevuto un bel bicchiere di vino, che hai bisogno di rifocillarti, si vede da lontano un miglio che sembri uscito da un girone dell’ inferno. Siediti ora e prima se vuoi, puoi lavarti nel bagno che abbiamo fuori sul ballatoio. E cosi dicendo, la padrona di casa gli fece un bel sorriso e iniziò a preparare la cena. Non appena fu ben ripulito, Michele entrò di nuovo in casa e Giuseppe lo abbracciò nuovamente, non credendo fosse possibile rivedere un caro amico dopo tanto tempo e in quella situazione cosi particolare e drammatica.
A tavola la cena si svolse in quasi totale silenzio e piena di sguardi tra i due coniugi che osservavano Michele divorare con voracità l’agnello con le uova e limone e il pane carasau bagnato nel suo brodo preparato da Michela, accompagnato da abbondante vino rosso delle tenute dei Raponi vicino Radda in Chianti. Dopo aver finito Michele ringraziò pulendosi la bocca e stiracchiandosi come un gatto che non mangiava da giorni. “ Grazie per l’ottima e abbondante cena, in questi quattro giorni a parte le scorte di pane formaggio e olive dello zio Pietro e della zia Diana a Paliano, ho mangiato solo la pasta e patate che mi aveva preparato Alessandro Narducci, il mio amico cuoco che mi ha salvato la pelle , anzi se volete ora vi racconterò delle mie vicissitudini di Napoli. Prima però fammi complimentare con te amico mio, disse rivolgendosi a Giuseppe, perché hai trovato una bella e cara ragazza, e non ti smentisci mai in fatto di donne, cosi dicendo rise di gusto seguito da Giuseppe , ma ebbe modo di notare un leggero imbarazzo sul viso della moglie e allora si riprese subito, con voce allegra, per stemperare quella leggera tensione che si era creata tra di loro, disse “non preoccuparti, i suoi sono peccati di gioventù e poi Giuseppe e’ stato sempre piantato in asso dalle donne, lui è molto fedele, non come le sue vecchie fiamme e li risero di gusto tutti e tre, superando quel momento di imbarazzo che si era creato precedentemente.
Allora Michela disse rincarando “Me lo diceva Giuseppe che fossi un personaggio istrionico, ma non mi sarei aspettata tanta vena comica anche dopo quello che hai passato, gli disse versandogli un altro bicchiere di vino. Ma ora raccontaci delle tue disavventure che siamo veramente curiosi di ascoltarti.” Michele prese fiato, come se stesse per iniziare una lunga corsa e iniziò il suo racconto” Io inizierei da quando arrivai a Napoli e andai a vivere da zio Alessio che gestiva un negozio di ferramenta insieme a sua moglie Nadia e il loro unico figlio. Vittorio si era imbarcato molto giovane, sulla nave da crociera “Gran Tita” della compagnia di armatori Esposito- Iovine, dopo aver studiato all’istituto nautico di Procida.
Mio zio e sua moglie mi ospitarono nella loro casa al Vomero, un bel quartiere signorile di Napoli ed io occupai con grande gioia la stanza di mio cugino Vittorio, una stanza piena di luce e con un bellissimo affaccio sul golfo di Napoli, dove avevano piazzato una comoda scrivania in noce, perfetta per studiare.
Durante le pause all’università aiutavo mio zio nel suo negozio , “si ricordo che me lo scrivesti, disse Giuseppe ed era un modo anche per sdebitarti del trattamento : alloggio, lavatura, stiratura e tavola franca che ti offrivano tuo zio e sua moglie. E i due risero di nuovo a quella battuta che facevano da ragazzi, osservati dallo sguardo curioso di Michela che era sempre più affascinata dal rapporto di confidenza ed intimità che intercorreva tra i due giovani. Si, in effetti gli studi scientifici che avevo intrapreso all’università’ erano duri, oltre allo studio di materie complesse come la fisica e la matematica c’erano anche le notti passate ad osservare le stelle e i pianeti all’ osservatorio di Capodimonte, con tutti gli appunti che dovevo prendere anche se morivo dal sonno, insieme al professor Franco Aiello docente di fisica , severissimo in sede di esame, e a sua figlia Prisca che veniva con noi, come semplice osservatrice e appassionata. Ricordi che ti scrissi di quella mia illusoria e vorticosa passione che avevo nei suoi confronti? Si ricordo, ho ancora la lettera in cui me lo scrivesti, ammiccò divertito Giuseppe, ma immagino che non sia andata bene tra voi due, giusto? domandò curiosa e introducendosi all’improvviso nella narrazione Michela, la quale aveva notato un importante cambiamento nei tratti del viso e nella mimica facciale del loro ospite, non appena ebbe nominato Prisca
Eh si, sospirò Michele, Prisca e’ una creatura meravigliosa ma fonte di innumerevoli problemi. Si era cacciata in guai seri a causa di quel regime oscurantista che si vive a Napoli, con i moti insurrezionali dei carbonari alle porte.
E li cambiò il tono di voce proseguendo” io glielo dissi in mille maniere, implorandola, lasciali perdere gli amici di tuo fratello quelli della facoltà di filosofia, quelli hanno la paglia al posto del cervello, parlano troppo ma mancano di vero coraggio e non hanno senso pratico. Al primo rumore di stivali militari scapperanno come conigli al latrare di un segugio, e se catturati dai gendarmi faranno nomi a caso pur di salvarsi il culo. Loro giocano a fare i rivoluzionari, ma sono solo figli di papà viziati che non hanno la minima idea di cosa sia una vera insurrezione armata, contro un esercito ben organizzato ed efficiente.
“ Allora ascoltatemi attentamente e mentre diceva questo Michele strinse il polso del suo amico e socchiuse leggermente gli occhi, come a cercare un appiglio ideale verso un vuoto che si stava creando attorno a lui per via di quei ricordi cosi dolorosi, “Un pomeriggio io e Prisca stavamo bevendo una tazza di cioccolato al Cafe’ Gambrinus al centro di Napoli, più tardi sarei dovuto andare a studiare per l’esame di astronomia che avrei dovuto esporre a breve, quando, un po’ prima di alzarci vedemmo arrivare due ragazzi , uno di questi era uno studente della facoltà di lettere e filosofia ,la stessa che frequentava Ascanio, il fratello di Prisca. I due si avvicinarono a noi con fare circospetto e chiesero il permesso di sedersi al nostro tavolo. Noi Li conoscevamo bene i due ragazzi, Eliana e Jonas , fidanzati da una vita con la passione per la storia e la letteratura, lui un tipo torvo di corporatura massiccia e una testa piena di riccioli e di idee pericolose, proveniente da una famiglia di importanti commercianti di spezi, di padre napoletano e di madre caraibica, che il padre aveva sposato durante una dei suoi viaggi di lavoro nei mari di Antigua. Eliana era invece una povera e mite creatura, figlia di possidenti agricoli nella terra di lavoro di Caserta, venuta a Napoli per studiare all’università’, e lo seguiva a ruota, innamorata persa dei suoi sogni rivoluzionari, che avrebbero dovuto cambiare il corso della storia , stando alle sue parole.
Noi gli concedemmo il permesso di sedersi e ordinammo anche per loro due tazze di cioccolato fumante, poi Jonas , sempre guardandosi intorno con fare sospetto, disse a Prisca “ avrei bisogno della tua collaborazione, abbassando il tono della voce, ma rimanendo a distanza per non destare sospetti,” se sei d’accordo, più tardi ti spiegherò i dettagli, ma non qui, in un altro posto.
Prisca stava per rispondere, ma a quel punto intervenni io” ma di quale collaborazione stai parlando Jonas? Lui, freddandomi con un’occhiata feroce e fulminea a cui io però non mi sottrassi dimostrandogli che non lo temevo, mi disse” non parlavo con te ma con Prisca, che mi deve portare questa ambasciata a suo fratello.
“ Uaglio’,mi disse poi in dialetto, io a te ti conosco appena e non voglio coinvolgerti in storie che non ti riguardano, e poi non sei neanche di Napoli. Infine , staccato il suo sguardo dal mio tornò a rivolgersi a lei: allora d’accordo piccere’, glielo porterai ad Ascanio il mio messaggio?
Digli se può parlare con vostro zio’ Nicola, ci serve la sua tipografia per una notte.
Nicola era lo zio da parte di madre di Ascanio e Prisca, era una persona mite e adorava i suoi due nipoti ed essendo vedovo da tempo, viveva a casa con loro.
Lui e sua sorella Maria, madre dei due ragazzi erano molto legati e cosi dopo la morte di sua cognata Costanza, non avendo figli e dopo aver interpellato suo marito, il professor Franco Aiello, lo convinse a venire ad abitare da loro.
La sua tipografia per l’epoca era all’avanguardia tecnologica e Nicola era un esperto linotipista, avendo lavorato da giovane, prima da apprendista e poi come capo reparto alla Gazzetta di Mantova.
Lo zio Nicola non avrebbe detto no ai due nipoti, anche a rischio della sua stessa vita e questo mela marcia lo sapeva.
Allora per i dettagli ci vediamo tra nu par d’ore al vicolo degli stracci, al quartiere della Sanita’ nel basso di chi sai tu, disse Jonas guardando Prisca con quel sorriso ammaliatore che glielo avrei piantato in faccia, solo se mi fosse venuto a tiro. Lei annuì con pudore e sul volto di Jonas “mela marcia” come lo chiamavano nel suo quartiere e all’universita, apparve un ghigno soddisfatto, simile ad un’ombra scura.
Così dicendo il sinistro personaggio si alzò di botto, finendo l’ultima goccia di cioccolato in piedi, trascinando con se Eliana, che fino a quel momento non aveva detto una sola parola. Lei aveva ascoltato il monologo del suo uomo ad occhi bassi, fissando il pavimento, e a volte, quando alzava lo sguardo evitava di incrociare il nostro. Sembrava che fissasse stancamente un punto inesistente sulla linea dell’orizzonte.
Povera Eliana, pensavo tra me e me, mentre la guardavo, innamorata di questo vuoto a perdere, cosi giovane e in balia di un bamboccio con le sembianze di un uomo che gioca a fare la rivoluzione per riempire i suoi stupidi vuoti esistenziali. E mentre pensavo questo gli urlai dietro” e grazie per la tazza di cioccolato, come si dice da queste parti, ommemmerd, giusto? la mia offesa era andata a bersaglio, perché la mela marcia senza neanche girarsi mi mostrò il dito medio per farmi capire che aveva sentito l’ insulto. A quel punto avrei voluto uscire anch’io e regolare i conti con il bamboccio, ma mi girai e tornai a guardare Prisca la sognatrice, sempre così distante dai valori terreni e con la testa tra le nuvole, in compagnia dei suoi pensieri pericolosi.
Senti Prisca, le dissi con tono calmo,il più calmo possibile che quella situazione drammatica mi consentisse di fare, io a questo tizio non lo sopporto mica, sta mela marcia, come lo chiamano all’università’. Non capisco cosa stia combinando, ma con l’aria che tira a Napoli in questo momento qua ci può scappare il morto. Ti scongiuro per il bene di tuo padre e della posizione che ha all’università e nella vita pubblica, lascia stare sto coglione e dillo anche a tuo fratello, anzi se vuoi ci parlo io con lui. Ma lei replicò secca e con tono deciso: No, frena Miche’ disse lei interrompendomi, questa e’ cosa nostra, tu non ti devi impicciare. Io lo so che tu a me ci tieni non solo come ad un’amica, me ne sono accorta da come mi guardi e dalle premure che hai nei miei confronti e stai facendo tutto questo per cercare di proteggermi , ma non devi temere, che io so’ difendermi da sola e non ho bisogno di nessuno.
E cosi facendo mi guardò negli occhi, come non l’aveva mai fatto prima e io da li in poi, nonostante fossi ferito per quello che lei mi aveva detto, mi resi conto di amarla più della mia stessa vita e rimasi muto, attonito, contraccambiando lo sguardo per pari intensità e lasciandole terminare il suo accorato discorso.
Non te la prendere a male Miche, continuò, ma io vorrei fare altro nella vita, oltre che sposarmi e badare ai marmocchi e alla casa. Qui stanno sorgendo nuovi ideali rivoluzionari che cambieranno per sempre il modello di questo dittatura malata e reazionaria, ed io vorrei dare il mio contributo da cittadina, come si definiscono i Parigini dopo la rivoluzione.
A tal proposito, sono venuti ragazzi da tutto il mondo per appoggiare i moti carbonari contro i Borboni, continuando‘ il suo discorso infuocato. Sono venuti sotto mentite spoglie, veri rivoluzionari; io ne ho conosciuti gran parte in una delle tante riunione a casa di Jonas.
Ferma, le dissi spaventato, tu hai partecipato alle riunioni con i carbonari? E mentre le parlavo così accorato, le strinsi forte i polsi delle mani rischiando di farle male. Si certo mi disse fissandomi con occhi di fuoco, a cinque centimetri dal mio viso. Li ho conosciuti personalmente, cosa cred?, disse quasi sfidandomi, e me li cominciò ad elencare, uno ad uno, e ad ogni nome che diceva per me era una stilettata, perché in quei nomi io vedevo idealmente il suo patibolo. Michele Pepe e Giuseppe Rovelli che hanno la loro base operativa a Nola con un migliaio di rivoltosi pronti ad intervenire.
Destouche Celine, Dimitri Levin, Athos Ori, Giulio Abbagnale e Livio Valvino , Lionel Martin e Robert Bamford. Ci sono anche due americani Axel Roses e Stewart Copeland e Luigi Borges da Buenos Aires, Vittoria Nenni, Gerda Taro ed Enrichetta Caracciolo, sono le uniche ragazze e con loro ho fraternizzato di più, anche se Gerda e’ tedesca e parla appena l’italiano. Enrichetta era stata rinchiusa in un convento e costretta a prendere i voti, ma e’ riuscita a fuggire ed ora vive in clandestinità vicino Napoli. Ha scritto di suo pugno un documento ufficiale che auspica piu’ liberta’ civili ed e anche una bozza di Costituzione per un nuovo Governo. E poi Joseph Chonysky, detto il Crisantemo, un puglie venuto addirittura da San Francisco e tanti altri ancora, accorsi per darci manforte. Ti rendi conto o no Miche’ della portata di questo movimento rivoluzionario?
Lionel e Robert sono venuti a Napoli con l’appoggio della marina britannica per sostenere la rivoluzione. Non siamo soli, abbiamo dalla nostra degli alleati di prim’ordine. Io ero rimasto senza fiato durante il suo discorso e stavo intervenendo di nuovo per cercare di farla rinsavire, ma all’improvviso lei mi sfiorò le labbra con un bacio, umido e profumato di cioccolato e cannella e subito fuggì via. Io che ero rimasto li come un pesce lesso, non ebbi la forza di stringerla a me per frenare o impedire la sua fuga e cercare di farla ragionare riguardo al buco nero nel quale si stava ficcando, ma mi limitai a seguirla con la coda dell’occhio, mentre correva via tra i vicoli dei quartieri spagnoli nella città vecchia .
Zio Pi’, disse a Giuseppe usando il diminutivo con cui lo chiamavamo tutti a San Ferdinando , io dovevo fare qualcosa quella stessa notte o Prisca avrebbe fatto una brutta fine, mi capisci? La ragazza era seriamente compromessa e io non mi ero accorto mai di nulla, a parte le sue acclarate simpatie per le idee rivoluzionarie ma non avrei mai pensato che fosse cosi coinvolta. Lei non aveva fatto trapelare niente della sua adesione ai moti che stavano per far esplodere Napoli, e mandò giù un altro bicchiere di chianti.
Zio Pino allora incalzò un po’ ombrato” figurati se non lo so che ti saresti buttato nella mischia, a testa bassa, come hai sempre fatto. Dove ci sono casini ci stai tu, al centro a dirigere l’orchestra, testa di cazzo che non sei altro, e gli diede un buffo affettuoso sulla testa riccia e bionda che penzolava ed annuiva sornione alla verità del suo antico e fidato amico. E lo so’, Giuse’ma questa e’ la mia natura, il mio specchio ed e’ più forte di me, e lo sa’ anche zio Pietro, il fratello di mia madre, a Paliano, appena mi vide arrivare stremato e malconcio, dopo due giorni e due notti che non dormivo , neanche mi salutò e abbracciandomi mi fece “ Non dirmi niente, prendi questi soldi, tirando fuori qualche soldo dalle sue tasche. Vado a prenderti qualche provvista per il viaggio , ma non appena ti sarai riposato e avrai fatto riposare il cavallo, scappa più veloce che puoi verso nord, che questo e’ il limite del Regno di Napoli e non sei ancora completamente al sicuro. Stai sempre in allerta e fino a che non sarai vicino a Roma, e non abbassare mai la guardia, dormi alla macchia ed evita di accendere fuochi stando lontano dai centri abitati.
Andrò io tra un paio di giorni a Napoli per avvisare Alessio e Nadia della tua fuga e poi in qualche modo avviseremo anche tuo padre e tua madre a San Ferdinando, mi disse abbracciandomi e stringendomi forte, tra le lacrime che gli solcavano il viso. Che il Signore ti aiuti, perche ‘ non so che cosa hai combinato ma se l’hai fatto ci sarà stato un buon motivo e io ti appoggerò sempre.
Non scrivere a nessuno di noi, per nessuna ragione al mondo, almeno per qualche tempo, perché la polizia militare ha occhi dappertutto e ha migliaia di spie sparse in tutto il Regno e anche oltre. Poi mi lasciò solo con i miei pensieri e la paura di non farcela a raggiungere Firenze, ma con il suo discorso mi aveva infuso una straordinaria forza nella consapevolezza che qualcuno mi volesse bene e stesse cercando di proteggermi.” Ormai la frittata era fatta disse Michele, sospirando amaro, ma ora torniamo a quel tardo pomeriggio di cinque giorni fa’ e a Prisca che uscì di corsa dal Cafe’ Gambrinus per dirigersi verso il dedalo inestricabile di vicoli all’interno dei quartieri Spagnoli.
Io uscii’ poco dopo e seguendo il mio istinto, immaginando una mappa ideale della città per individuare il vico degli stracci, dove era fissato il loro appuntamento. Mi diressi verso un punto dove trovai una piccola piazza con la statua di un angelo caduto dal cielo, opera di Giuseppe Sammartino, l’autore del Cristo velato che sta nella Cappella di Sansevero, e sulla destra, svoltato l’angolo di un palazzo, sotto un’edicola votiva trovai, dopo dieci minuti di cammino il vicolo , e devo dirvi che rimasi basito dalle innumerevoli abitazioni , si fa per dire, dove vivono a livello strada decine di famiglie, ammucchiati uno sull’altro in condizioni disumane.

